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“Bruno Bellomonte mette la faccia nelle cose che fa”. Intervista a Caterina Tani

Bruno Bellomonte(IlMinuto) – Cagliari, 27 novembre – “Un numero di telefono in un calzino, una intercettazione ambientale, frequenti viaggi a Roma. Sono queste le prove ‘schiaccianti’ per cui Bruno Bellomonte ha già passato 14 mesi in carcere con l’accusa di avere partecipato, all’interno di una presunta organizzazione (le nuove Br-Pcc) composta da ben sette persone, alla preparazione di un’azione per ‘colpire l’imperialismo e i suoi simboli’ in occasione del G8 della Maddalena del 2009 ”. Così si apriva l’articolo del Minuto pubblicato il 17 settembre, all’indomani della prima udienza del processo nel Tribunale di piazzale Clodio. Bellomonte è stato poi trasferito da Siano (Calabria) al carcere di Viterbo e i mesi di galera sono ormai 16. In una lunga intervista Caterina Tani, moglie di Bellomonte e presidente del circolo Italia-Cuba di Sassari, analizza i fatti e tratteggia con precisione la figura del sindacalista e militante comunista e indipendentista. Un ritratto che la stampa a cui “non interessa nessuna informazione sul caso che non arrivi da Procura o Questura” non pubblicherà mai.

Chi è Bruno Bellomonte?

Bruno Bellomonte è un comunista, militante indipendentista, sindacalista. Uno che mette la faccia nelle cose che fa, che non si nasconde per fare l’attività politica in cui crede. Persona generosa in senso lato, sempre disponibile nei confronti di compagni, amici e familiari. 

L’operazione Arcadia nel 2006 e l’arresto del 10 giugno del 2009 (effettuato quando Bellomonte era impegnato dell’organizzazione del controvertice delle nazioni senza stato). Quale è il legame fra questi due eventi?

In generale penso che l’operazione del 2009 attenga alla necessità di dare la sensazione che si è vigili, che tutto è sotto controllo e che non si dorme in previsione per esempio di avvenimenti come quello del G8. Si mettono in piedi operazioni che danno l’opportunità a ministri, dirigenti Digos e magistratura di apparire in tv e sulla stampa e probabilmente anche di costruire carriere. Non dimentichiamo quanti arresti preventivi sono stati fatti prima di quell’evento con l’intenzione di impedire a tutta una serie di soggetti, non solo singoli, di mettere in piedi iniziative e legittime proteste, rientra anche nel generale clima di repressione ed intimidazione messo in atto in questi ultimi tempi attraverso il martellante tam tam che fischiare, interrompere un comizio, fare una scritta e contestare equivalgono ad atti terroristici. Naturalmente poi i mostri vanno in carcere preventivamente, le loro foto sulle prime pagine di tutti i giornali, i processi iniziano dopo un anno e procedono con la celerità che tutti riconosciamo alla “giustizia”.  In questo contesto niente di meglio che inserire dentro l’operazione anche un indipendentista e prendere due piccioni con una fava. Visto l’inevitabile risalto che si sarebbe dato almeno in Sardegna alla militanza di Bruno in aMpI. Non dimentico poi lo schiaffo ricevuto dagli investigatori dell’operazione Arcadia sulla famosa intercettazione telefonica durante il soggiorno di Bruno in Tunisia. Qualcuno diceva che a pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca!

Il  21 aprile 2010 Caterina Tani invia alla Nuova Sardegna una lettera di rettifica che non verrà mai pubblicata. Come è stata giustificata (se è stata motivata) dai responsabili della redazione la mancata pubblicazione della lettera? Quali sono i contenuti del documento?

La mia lettera non è stata mai pubblicata, né mi è stata data giustificazione sulla mancata pubblicazione. E’ solo la conferma che alla Nuova non interessa nessuna informazione sul caso che non arrivi da Procura o Questura. Circa il contenuto avevo semplicemente dato delle indicazioni e notizie che sbugiardavano una serie di illazioni da loro pubblicate nei mesi precedenti.

Quale bilancio si può fare dell’esperienza del Comitato per la Territorialità della Pena ad un anno dal lancio dell’iniziativa? Si poteva ottenere di più?

Le persone che hanno lavorato al Comitato hanno fatto un grandissimo lavoro con raccolta firme, conferenze stampa, sollecitazioni e richieste a consigli comunali e provinciali che poi hanno votato ordini del giorno in tal senso, fino al sit-in davanti al Consiglio regionale. Al momento oltre alla conoscenza del dato numerico sui detenuti sardi fuori dall’isola, non c’è altro che un impegno generico della Commissione Diritti Civili della Regione di occuparsi dell’argomento, nonostante precisi ordini del giorno (presentati da Claudia Zuncheddu) approvati dall’Assemblea ed a cui al momento non sono state date risposte.

Grazie al racconto di un collega di Bellomonte abbiamo saputo che qualche anno fa – dopo una campagna di raccolta fondi per Italia-Cuba – foste accolti trionfalmente all’Havana dalla banda musicale. Ci racconta questa esperienza?

Io sono il presidente del Circolo di Sassari dell’associazione di Amicizia Italia-Cuba e come circolo abbiamo realizzato decine di iniziative e progetti di solidarietà certamente è ad uno di questi che fa riferimento il collega di Bruno. Siamo gemellati con l’Isola della Gioventù ed il progetto in questione riguardava il finanziamento della ristrutturazione dell’edificio, la fornitura di strumenti musicali ed indumenti per gli allievi della Scuola di Arte locale. Ora non ricordo esattamente l’entità economica del progetto, ma ciò che ricavammo da una festa regionale fu sufficiente. Diversi mesi dopo la donazione una nutrita delegazione tornò a verificare i lavori fatti e fummo accolti davvero con grande entusiasmo e simpatia. Allievi e insegnanti della scuola ci ringraziarono con una grande festa che coinvolse i musicisti e ballerini di ogni ordine e grado in una bellissima “conga” finale nelle strade del quartiere intorno alla scuola. Fu davvero emozionante (la conga è un ballo che normalmente si fa a carnevale con decine e decine di figuranti e musica dal vivo).

Bellomonte sindacalista.

Bruno è stato nei primi anni della sua attività lavorativa un militante della Cgil, da cui si allontanò come tanti altri compagni non riconoscendosi più in quell’organizzazione. Dagli inizi degli anni Novanta si avvicinò al sindacalismo di base aderendo all’Ucs (Unione Capi Stazione) partecipando a tutto il percorso di trasformazione dello stesso, che poteva essere considerato un po’ corporativo dato che faceva riferimento ad una sola figura professionale, al Sult (Sindacato Unitario Lavoratori Trasporti) e poi all’Sdl (Sindacato dei Lavoratori). Si era molto impegnato sul versante sindacale ricoprendo il ruolo di Coordinatore regionale e componente del Direttivo nazionale. La sua attività e il suo schierarsi in ogni occasione a favore dei più deboli, l’opposizione alle angherie ed alle prepotenze che spesso si subiscono nei posti di lavoro gli viene riconosciuta da tantissimi colleghi che, sia nel 2006 che in quest’ultima vicenda in cui è suo malgrado protagonista, hanno dimostrato a lui ed a me grande solidarietà. Naturalmente quella stessa attività gli ha creato anche delle antipatie ed è comprensibile che ci sia anche chi non apprezza il suo modo di essere. Nel frattempo aderisce anche al progetto di lungo termine di dare corpo e rappresentanza ad un sindacato sardo.

Nonostante l’oscuramento totale dei mezzi di comunicazione l’1,2 per cento dei cittadini di Sassari ha scelto Bruno Bellomonte – militante e dirigente di primo piano di aMpI – come sindaco. Come interpretare il voto del 31 maggio?

Certamente non ha avuto lo spazio riservato agli altri candidati, anche, per ovvie ragioni, per l’impossibilità di partecipare alla campagna. Nonostante la disparità di mezzi e risorse, la sua organizzazione ha fatto un lavoro ottimo. Il risultato poteva essere migliore, se non fosse anche uscita da taluni ambienti la voce di “temere” per tenuta del centrosinistra, dato che consideravano forte la candidatura del centrodestra, invitando quindi a non disperdere voti. Io penso che sia stato comunque un buon risultato, dovuto alla sommatoria di diversi elementi: un giro di compagni ed amici che altrimenti non sarebbe andato a votare, una parte di persone che ha voluto dare un segnale di insofferenza verso il classico schieramento centrodestra/centrosinistra, un’altra parte che ha riconosciuto il lavoro di a Manca, dando il voto non solo a Bruno ma alla lista.
Palesemente non è stato dirottato sul candidato indipendentista al comune quasi nessuno dei voti che invece sono stati dati agli indipendentisti in Provincia (Irs, ndr). In ogni caso un risultato non male per un candidato accusato di essere un brigatista.

Il caso “Bellomonte” e l’indipendentismo. Quale è il legame?

In qualche modo ho già risposto in una delle precedenti domande, al momento però ho rilevato che c’è un tentativo di non collegare le due cose. Lo stesso capo della Digos di Roma nella sua lunga illustrazione delle indagini mai ha riferimento alla militanza indipendentista. Anzi, a precisa domanda del Pm sulla figura di Bruno ha risposto solo che era ferroviere e sindacalista. Solo su domanda dei difensori ha parlato di attività politica e che si era anche candidato per un partito, in pratica ha dovuto confermare, ma come dando l’impressione di sminuire questo dato.

Il 16 settembre 2010 si è aperto il processo a Bruno Bellomonte e agli altri arrestati con l’accusa di avere riorganizzato le Brigate rosse in vista del G8 del 2009, programmato alla Maddalena sino alla decisione di spostarlo in Abruzzo dopo il terremoto all’Aquila. Quale bilancio si può fare dopo le prime udienze?

Il processo sta andando avanti, purtroppo a mio parere non tanto celermente visto che le udienze calendarizzate finora si svolgono a distanza anche di quindici giorni una dall’altra. Le prime tre o quattro sono state tutte  tecniche ed organizzative, si è cominciato ad entrare nel merito delle accuse a partire da quella del 21 ottobre che ha visto l’illustrazione generale dell’inchiesta fatta dal dirigente della digos di Roma. Interessanti le ultime due, durante le quali si è assistito al controinterrogatorio dello stesso da parte delle difese ed è apparso chiaro che al momento non hanno grandi riscontri alle accuse, che per buona parte sono il frutto di intuizioni, collegamenti ed ipotesi basate più sul profilo degli imputati che su prove reali. Per quanto riguarda Bruno potete avere riscontro di questa mia valutazione ascoltando gli interventi degli avvocati Crisci e Sollai all’udienza dell’11 sul sito di Radio Radicale.

Nelle scorse settimane, abbiamo assistito a quella che può essere definita una vera e propria criminalizzazione di aMpI, (con, ultimo episodio, le false affermazioni del questore di Cagliari, Salvatore Mulas, riguardo all’arresto di un iscritto all’organizzazione comunista e indipendentista dopo la carica della polizia ai pastori di Mps del 19 ottobre). Perché a suo avviso?

Non è la prima volta per la verità, va un po’ a periodi. Che dire? Francamente non riesco a vedere in aMpI gente pericolosa (nel senso comune dato alla parola) evidentemente però viene considerato tale il suo progetto politico. Di sicuro è un’organizzazione che, pur non contando ad ora su grandi masse e grandi mezzi, porta avanti le sue battaglie con convinzione e chiarezza. Naturalmente le sue iniziative quando vengono riportate dalla stampa sono riportate nell’ordine di poche righe, non trova spazio la posizione di aMpI neanche all’interno del dibattito sull’indipendentismo aperto sulla Nuova Sardegna, mentre invece si fanno paginoni quando brucia una bomboletta spray a Cagliari utilizzata per scrivere l’ignobile frase “liberi tutti”. Per non parlare di quanto scritto nel 2006 e nel 2009. Sembra che l’input sia quello di parlarne solo in termini negativi: veri o falsi che siano non importa. Questo modo di fare serve per isolare, criminalizzare, fare risultare i militanti di aMpI quattro gatti che è meglio non frequentare, per mettere paura alla gente che invece potrebbe essere interessata al loro progetto. Non vedo altra finalità anche in quest’ultima vicenda degli arresti del 19 ottobre a Cagliari. La smentita vera è stata data dalla stessa stampa, che l’indomani si è trovata senza una foto un nome un cognome di militanti di aMpI. Non c’è altra motivazione per un simile comportamento che non sia quello di fare in modo che quel progetto politico rimanga relegato alla conoscenza di pochi.

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