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Inchiesta Galsi: la politica, il lavoro e il clima. Amici e nemici dell’anaconda. Quinta puntata

(IlMinuto) – Cagliari, 19 novembre – Strana bestia la politica. Di frequente gli stessi partiti che ogni giorno sembrano scontrarsi mortalmente nelle assemblee elettive e sulle pagine dei giornali si trovano in perfetto accordo sulle scelte politiche di fondo. Questo è il caso del Galsi, una anaconda con molti amici. Il tubo progettato per attraversare la Sardegna da Porto Botte ad Olbia per 272 chilometri è infatti appoggiato dal Pd come dal Pdl, da Cgil, Cisl e Uil, da Legambiente, da Confartigianato e da Confindustria. Centrosinistra e centrodestra, organizzazioni “dei padroni e dei lavoratori” dicono sì al Galsi. Ma le voci di dissenso non sono poche. Da quattro anni il Comitato ProSardegnaNoGasdotto si batte contro la realizzazione del tubo. Negli ultimi mesi in tanti hanno cercato di sbarrare la strada al Galsi. Le voci controcorrente del consigliere regionale Claudia Zuncheddu (Indipendentistas), di ProgRes, di Irs, di a Manca pro s’Indipendentzia, di Sinistra Critica Sarda, del Partito comunista dei lavoratori, di Spetanzia de Libertadi, del Gruppo di Intervento Giuridico e degli Amici della Terra, di Italia Nostra e del gruppo Facebook “Tutti i sardi contro il Galsi” sono bocconi difficili da ingoiare persino per una anaconda d’acciaio. Zuncheddu ha presentato una mozione anti-Galsi in Consiglio regionale, firmata da Uras, Cugusi e Sechi – esponenti di Sinistra ecologia e libertà nell’assemblea di via Roma – e da Radouan Ben Amara, rappresentante in Consiglio regionale dei Comunisti italiani-Federazione della Sinistra. In una settimana sono già 600 le firme a sostegno della petizione online contro il metanodotto lanciata da “Tutti i sardi contro il Galsi” sul social network Facebook. E a breve la protesta da virtuale diverrà reale: il 10 dicembre a Cagliari, è infatti programma una manifestazione organizzata da a Manca. Sul territorio la questione Galsi divide la città di Olbia, dove è prevista la realizzazione della centrale di pompaggio, con un Consiglio comunale in cui i no prevalgono sui consensi al metanodotto. I sindacati confederali si sono invece schierati sempre e comunque per il sì all’opera. Dato che sul sito ufficiale del Galsi si legge che “complessivamente si assisterà ad un aumento di nuova occupazione locale per 10mila addetti” non è difficile capire il perché della posizione sindacale. Ma sulla reale ricaduta occupazionale dell’opera i dubbi sono tanti. A piazzare il tubo, infatti, saranno le imprese selezionate secondo i criteri stabiliti dalla Snam. Quante imprese sarde sono in grado di soddisfare i requisiti necessari a diventare un fornitore Snam? Nella fase di costruzione – precisa il Galsi – “si stima che la fase di cantiere per la costruzione del gasdotto potrà impiegare da 500 fino a quasi 2mila addetti, per un periodo di 18 mesi. Di questi circa il 50 per cento saranno operai qualificati e manovali, parte dei quali saranno reperiti direttamente sul territorio”. Ma quanti sono gli operai sardi specializzati nella posa dei gasdotti? E come si fa ad arrivare ai 10mila nuovi posti di lavoro sbandierati? “Benefici duraturi sull’occupazione – si legge sul sito del consorzio – già oggi derivano dalla realizzazione delle reti di distribuzione locale (secondarie e urbane) del gas per le quali l’Associazione italiana degli economisti dell’energia, Aiee, stima un’occupazione di 3500 addetti in totale impegnati nella costruzione. Si calcola inoltre che quando il gasdotto entrerà in funzione le imprese impiegate nella manutenzione delle reti e degli impianti domestici, assorbiranno non meno di 2mila nuovi addetti e alcune altre migliaia potranno trovare impiego per effetto dello sviluppo industriale indotto dalla disponibilità del metano”. Al lettore giudicare se questi calcoli sono convincenti. La redazione ricorda ancora che le risorse per realizzare le interconnessioni con le reti locali non ci sono e che la Regione Sardegna si prepara a stanziare 100 milioni di euro nella prossima Finanziaria per la realizzazione del solo tubo, senza garantire, per ora, l’arrivo del gas nelle case. L’Unione Europea ha finanziato la realizzazione del Galsi con un contributo di 120 milioni di euro. Alcune fonti stimano la spesa complessiva per l’intero percorso del gasdotto in 3 miliardi. Stando alle affermazioni di Mauro Pili la sola progettazione del Gasdotto Algeria Sardegna Italia è già costata 100 milioni. In chiusura di questa inchiesta di cinque puntate è però anche il caso di soffermarsi su aspetti solo apparentemente poco concreti e farsi ancora qualche domanda. La scelta del Galsi è coerente con la politica energetica scelta dalla Giunta regionale? Per quanti anni il metano sarà ancora disponibile? Che rapporto c’è fra l’uso del gas e l’aumento della temperatura nel mondo? La Regione Sardegna, per voce del suo Presidente Ugo Cappellacci, ha dichiarato a più riprese di voler puntare sulle energie alternative, anche sulla base di esperienze di regioni come la Navarra, in Spagna, che punta nel giro di qualche decennio ad arrivare a coprire il 100 per cento del fabbisogno energetico con le fonti rinnovabili. E, banalmente, il metano non è una energia rinnovabile. E’ una fonte fossile, una fonte con una speranza di vita limitata e di circa 70 anni. Il picco di produzione del gas, il massimo della produzione mondiale*, sarà tra il 2025 e il 2030. Dopo di che la disponibilità di gas comincerà inesorabilmente a diminuire. Data la legge di domanda e offerta dei beni – abc di ogni manuale di economia politica – i prezzi aumenteranno gradualmente sino all’esaurimento del metano. Non basta. Le fonti fossili di energia sono le principali responsabili del “cambiamento climatico”. Non si tratta di un fenomeno degno solo dell’attenzione di accademici, scienziati e economisti. In gioco è semplicemente il futuro dell’umanità. Quali sarebbero infatti le conseguenze di un aumento di aumento di 2,8 gradi di temperatura nel XXI secolo? “Le inondazioni delle coste – scrive Daniel Tanuro nel libro “L’impossibile capitalismo verde”** – potrebbero, secondo alcuni ricercatori, colpire fra 100 e 150 milioni di persone da qui al 2050, le carestie sino a 600 milioni e la malaria sino a 300 milioni, mentre la scarsità d’acqua potrebbe interessare fino ad altri tre miliardi di esseri umani”. (Fine)

*Dati tratti da Limes 6-2007 “Il Clima dell’energia”

**Daniel Tanuro, “L’impossibile capitalismo verde”, pagina 45, edizioni Alegre (2011)

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