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La musica, veicolo di valori identitari: intervista al professor Vincenzo Muggittu.

(IlMinuto) – Cagliari, 8 agosto – La recente Conferenza Regionale sulla lingua sarda, svoltasi ad Alghero dal 9 all’11 dicembre scorsi, ha focalizzato l’attenzione sulla peculiarità culturale e linguistica della Sardegna e in particolare sul binomio “musica e limba”.
Proprio sul ruolo della musica, potentissimo mezzo di trasmissione della lingua sarda, oltre che validissimo ed immediato veicolo di valori sociali, ideologici e identitari, abbiamo incentrato l’intervista al professor Vincenzo Muggittu, studioso di platonismo, appassionato conoscitore di musicologia antica, docente al Liceo Classico “Galileo Galilei” di Pisa.

Come è nata la passione per queste tematiche di ricerca?

Sin dai 14 anni ho sempre sentito una sorta di vocazione, un fortissimo istinto per le Lettere, per le “humanae litterae”. A interessarmi, in particolar modo, era la questione della comunicazione. Studiando poi in particolare il pensiero di Platone ed i testi di Cicerone, ho imparato che il comunicare si può fare in due modi: uno strettamente verbale e uno non verbale, carico ugualmente di significati, comprendente aspetti fondamentali di una comunicazione efficace, come la gestualità, il ritmo, la melodia, l’armonia. E’ così che ho scoperto che la mia passione per la musica, efficacissimo veicolo comunicativo, fatto di ritmo, melodie ed armonie, si potesse legare perfettamente con i miei studi, rappresentandone dunque non solo il punto di congiunzione tra l’utile e il dilettevole, ma anche addirittura un nuovo e percorribilissimo orizzonte di ricerca. Quindi, partendo dal piano hobbistico (chitarra, canto “a tenore”, canto melodico “alla nuorese”), ho fatto della musica anche oggetto di studio in un più vasto quadro che ha per argomento la psico/socio-acustica di alcune musiche tradizionali del Mediterraneo antico, che pochi anni fa ha dato esito ad un paio di conferenze a Pisa e a Berlino e che lo scorso 15 maggio ho avuto modo di mettere in pratica al Teatro Verdi di Pisa, con una prova di ricostruzione dell’atmosfera musicale d’una tragedia greca, il Filottete di Sofocle. In parole povere, ho confrontato la musica sarda, e la sua funzione sociale, con la musica greca antica e con la musica araba. E’- beninteso – un lavoro in corso, che porto avanti quando il mio lavoro d’insegnante liceale me lo concede, e che richiederà ancora anni; ma da quanto indagato finora sono già emerse sorprendenti analogie e problemi molto attuali, particolarmente interessanti. Il mondo sardo, il mondo delle mie radici, dunque, è entrato nei miei studi grazie alla passione per la musica e al suo veicolare, in maniera così immediata, senza filtri interpretativi, valori, immagini ed emozioni.

La musica dunque come efficacissimo veicolo di valori identitari?

Certo. La musica permette di raccontarsi, di dare forma e struttura ai pensieri, agli stati d’animo, alle atmosfere del momento, presente, passato e futuro. Ha un immenso potere evocativo che va, spesso, oltre la parola, riuscendo a comunicare anche il non-detto. Insieme poi, musica e parole raccontano l’universo culturale di un popolo, ne rispecchiano il modo di cogliere la realtà, ci dicono ciò che siamo e ciò che vorremmo o dovremmo essere. Cristallizzano, dunque, la memoria e il sentimento di una collettività, permettendole di esprimere la propria visione del mondo: sono di vitale importanza. E’ per questo che si impongono indubbiamente come efficacissimi ed immediati veicoli di valori sociali, ideologici e identitari. E non è di certo un caso se la recente Conferenza di Alghero ha visto nella musica anche un potente ed efficace mezzo di trasmissione della lingua sarda: canto, musica e ballo – dato che cristallizzano valori, agglutinano consensi intorno a temi condivisi, trasmettono idee ed innescano processi di partecipazione, discussione e ascolto – sono una grandissima opportunità.

Questi sono peraltro i più autentici scopi dell’espressione artistica nelle sue varie forme; e in Sardegna, fortunatamente, c’è ancora equilibrio tra autenticità e identità. La cultura della ritualità, fondata sulla partecipazione fisica ed emotiva della comunità, è ancora ben salda! Ed è fondamentale tutelarla, specialmente adesso che sulla scena artistica contemporanea sta invece prendendo piede sempre più la massificatrice “cultura dello spettacolo”, imposta dalla TV e basata su una netta linea di demarcazione tra attore, “colui che ‘agit’ su un podio (già in senso ciceroniano)” recitando/cantando/ballando, ed il pubblico, osservatore passivo. In questo senso, occorre evitare strenuamente che il rituale si riduca a spettacolo, ossia a rappresentazione meramente “turistica”, folkloristica, stereotipata, spesso addirittura caricaturale e grottesca – pericolo fin troppo concreto, come dimostra la diffusione di certe parodie commerciali del canto sardo.

Ci parli delle analogie, a cui accennava poco fa, tra musica sarda e musica greca.

Proprio per la sua capacità di comunicare anche il non-detto, la musica permette di spaziare, di andare oltre la parola, i suoi confini linguistici e geografici: si apre verso l’Altro. Perciò, non ci deve stupire l’esistenza di numerose analogie tra identità mediterranee distanti tra loro: la musica, grazie ai suoi codici espressivi, riesce infatti ad istituire ponti relazionali anche tra culture fisicamente lontane. In questo processo osmotico, di influenze reciproche, il bagaglio culturale di un popolo si trasfonde in quello altrui e ne deriva qualcosa di nuovo, di originale – adattato a quel determinato contesto umano e socio-culturale – ma in cui permane, sempre e comunque, un sostrato comune. Musica greca e musica sarda hanno, dunque, tra loro numerose analogie, ritmiche, melodiche, tematiche e persino funzionali. Possiamo per esempio instaurare un parallelismo tra l’aulòs e le launeddas, entrambi strumenti a fiato dalle sonorità molto esotiche; possiamo ricordare nel canto a tenore l’analogia strutturale tra “s’ isterrida” e l’”anabolè” greca (ambedue esordi-intermezzi di “accordatura”); possiamo citare quelle esistenti tra il canto amebeo (sfida poetica fra pastori greci) e la poesia estemporanea sarda. Inoltre, avendo già parlato della musica come veicolo di valori identitari, è importante mettere in luce altri tre aspetti che ritroviamo in entrambe le culture e che caratterizzano questa importantissima forma d’arte: La funzione ludica, di accompagnamento durante feste e simposi; La funzione rituale-curativa, che ritroviamo già prima di Platone! La funzione politica e di differenziazione identitaria. Focalizzando l’attenzione proprio sull’ultimo punto emergono delle analogie sorpendenti. In Grecia, i primi ad interessarsi alla musica come strumento politico sono stati i tiranni: ai loro tempi, se controllavi la cultura, e in particolare la cultura musicale, davi una determinata impostazione identitaria a tutta la società; s’istituivano così delle vere e proprie manipolazioni identitarie a mezzo musicale. Ebbene, lo sviluppo del canto melodico alla nuorese (che di fatto rappresenta un ibrido tra la polifonia classica e il canto sardo) ha modalità analoghe per certi versi. Tale canto è infatti un fenomeno relativamente recente (benché abbia, beninteso, una sua importantissima dignità storica e culturale) e segnato, specialmente durante il fascismo, da un’imposizione politica mirante a veicolare in Sardegna un’immagine ben precisa di cittadino, in competizione talvolta feroce col canto a tenore suo “padre”, strutturalmente meno “italico” e meno “politicamente corretto”. Un altro esempio significativo di analogia tra musiche come fattori di differenziazione identitaria è dato dall’analogia tra l’“armonia” greca arcaica e “sa moda sarda”: In Grecia, le “armonie” erano precisi set di note musicali i cui nomi facevano riferimento a precise aree geografiche di cui forse erano tipiche: esisteva così l’“armonia” dorica, ionica, frigia, etc., e questo ci dà l’idea di una chiara e forte connotazione etnico-geografica. All’indicazione geografica, tra l’altro, corrispondeva una ben precisa impostazione della melodia –e nell’esecuzione non si doveva sgarrare! -. Ovviamente, la tipicità di queste “armonie” si innestava nella questione identitaria e nei correlati valori da trasmettere. Proprio come l’”armonia” per la Grecia, “sa moda”, in Sardegna, si configura antropologicamente come un modo di percepire la musica come fattore di differenziazione identitaria tanto su un piano regionale quanto su un piano locale: “sa moda” identifica il paese, dà identità tanto sarda quanto locale, così come la conferiva l’“armonia” in Grecia.

C’è infatti “sa moda de Orgosolo, de Dorgali, de Bitti, de Buddusò”, etc.; ed insomma ogni “moda” ci dice qualcosa sulla sua origine, sulla comunità che l’ha espressa e sui valori comunitari che la caratterizzano. E questo non fa altro che attestare la ricchezza e la varietà del nostro patrimonio linguistico e culturale: siamo tutti sardi ma ognuno “a sa moda sua”.

Dai suoi studi emergono dunque fortissime analogie tra le poleis greche e le città sarde, e più in generale, tra culture aventi un “fondo mediterraneo” comuneSono quindi rintracciabili costanti, principi e aspetti condivisi. Una riflessione conclusiva sull’importanza degli scambi tra culture, dell’apertura verso l’Altro?

Il Mediterraneo è ricco di identità simili, perché la sua storia è fatta di incontri e di apertura, di scambi e di alleanze. E pur nell’individualità con cui ciascuna di queste identità racconta sé stessa, emerge sempre un gioco di reciproche influenze, un sostrato comune che unisce e mai divide. Spesso invece, l’identità sarda viene vista come un “monoblocco”, immune da contatti e influenze esterne: questo non è altro che un feticcio culturale! Infatti, come l’identità della Grecia all’epoca delle poleis, anche l’identità della Sardegna è molto articolata: è frutto di un proficuo e costruttivo scambio culturale, sia interno che esterno all’isola. E il bello dell’identità è proprio il suo essere modulare, non monolitica. La “Sardità” come sintesi culturale, dunque, come identità modulare, risultato di secoli di ponti relazionali con altre identità mediterranee. Non c’è niente di male, quindi, se abbiamo dei tratti comuni con altre culture, di matrice mediterranea e non solo: tutto questo ci affratella, ci fa crescere culturalmente e umanamente, e ci rende comunque unici: è una grande ricchezza! Pertanto, tenendo sempre conto delle differenze, della diversità, è fondamentale acquisire la consapevolezza che ci sono tratti culturali – e spesso anche linguistici – che ci accomunano con altre culture e di cui non ha senso pretendere la paternità o l’esclusiva. Concludendo, credo che il bagaglio linguistico-culturale di un individuo, in tutte le sue sfaccettature e articolazioni, sia il risultato di più identità che si sommano, si annodano, si fondono e intersecano tra loro: in questo gioco di reciproche influenze, ogni identità dà il suo contributo e tu diventi qualcosa di nuovo, in un’ottica meno inquinata da pregiudizi. L’accettazione delle altre culture, dunque, s’afferma come elemento-chiave, in un mondo sempre più votato alla mobilità, sempre più multilingue ed interculturale.

G.A.T.

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