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Documento: “Fermare le bombe di Israele, liberare la striscia di Gaza” di Sinistra Critica Sarda

Nelle ore della massima intensità di fuoco sulla città palestinese di Gaza la crisi finanziaria globale si sta spalancando davanti al mondo: in questa sola giornata del 20 novembre le agenzie di rating annunciano l’outlook negativo per la Francia e la piena recessione europea, mentre il governatore della banca centrale americana Bernanke indica l’approssimarsi di un “default catastrofico” negli Stati Uniti. Gaza diventa il tragico contrappunto del disastro senza precedenti nel quale si sta risolvendo l’economia mondiale.

La piega che sta assumendo questo scenario, che è di recessione generale e di guerra, non scalfisce i rituali italiani: i maggiori partiti restano occupati sul loro giocattolo delle primarie, mentre i maggiori sindacati ricamano sul tema del lavoro uno sciopero generale di significato prevalentemente simbolico. Si adegua l’ipocrisia dei media, si piega come sempre la politica estera e la diplomazia. Quello che anni or sono fu indicato come “la seconda potenza mondiale”, il movimento per la pace, è in ginocchio, non meno di quanto sia oggi in ginocchio la stessa ex “prima potenza mondiale”. Che il lavoro e la pace siano inscindibili non solo sul piano morale, ma soprattutto sul piano economico, è una cognizione che la politica ha imparato di nuovo a dimenticare, mostrando soprattutto in questa dimenticanza la sua attuale vertiginosa stupidità.

In mezzo a questo scenario noi siamo indotti dal sentimento dell’ umanità e dall’intelligenza delle cose a raccoglierci sulla assoluta priorità dell’emergenza della guerra in Palestina. Non intendiamo lasciare nulla di intentato per aprire una breccia sul muro di omertà che ancora una volta avvolge questa tragedia. Intendiamo farlo, qui ed ora in Sardegna, seguendo le indicazioni che col contributo di singoli e di movimenti si stanno discutendo in seno all’associazione Sardegna-Palestina, da anni in prima linea “ogni giorno” su questo enorme problema.

La presenza a Cagliari sabato 24 novembre di una grande manifestazione popolare, quale che sia l’insufficienza delle sue parole d’ordine o lo scarso credito delle organizzazioni sindacali che la promuovono, può consentire di portare in strada all’attenzione dei sardi l’emergenza della guerra a Gaza. Che non è in realtà una guerra, poiché non vi è propriamente alcun “campo di battaglia” e alcuna vera battaglia, ma soltanto una interminabile sequenza di raid dal cielo su una popolazione di un milione di abitanti priva di vie di fuga.

Le non-guerre di Gaza si sono succedute negli ultimi vent’anni con un ritmo di distruzione materiale e di prostrazione psicologica unico in occidente nella storia degli ultimi secoli, se si eccettuano le pianificazioni etniche proprie dei fascismi. Quella tecnologia di non-guerre e di raid senza battaglia ha trovato in questi anni il suo più efficace campo di sperimentazione proprio in Sardegna, proprio nella disponibilità dei poligoni sardi per la partnership industriale-militare e per le esercitazioni congiunte con l’aviazione israeliana. L’alleanza militare italiana con un paese nato ufficialmente sul terrorismo di stato e sull’apartheid e la partecipazione presente della dotazione sperimentale italiana alla realizzazione di atrocità, espone in modo evidente la Sardegna alla complicità piena con questi crimini. Di tutto questo non rendono conto in Sardegna le istituzioni, non rende conto la politica, non rende conto la comunicazione pubblica, non rende conto la società civile in genere: tutte queste importanti espressioni della società riescono tranquillamente a convivere con questo scempio, e danno anzi l’impressione di non poterne fare a meno.

La lotta flebile dei maggiori sindacati per richiamare in Sardegna una consistente politica di “investimenti”, e in ambito scolastico un sostegno alla “ricerca scientifica” e alla “innovazione tecnologica”, trova spalancato davanti agli occhi il comparto nel quale davvero la politica dello stato italiano e la connivenza della regione sarda muovono senza limite investimenti, ricerca e innovazione: il comparto della guerra a distanza, dei bombardieri senza pilota, del “piombo fuso” in tutte le sue traduzioni concrete.

Proponiamo di portare questa evidenza, da sempre comodamente rimossa, sotto il palazzo del consiglio regionale: che i rappresentanti istituzionali assumano una posizione politica capace di rivendicare l’ indisponibilità del suolo e del cielo della Sardegna per politiche militari criminali, come del resto richiede la stessa costituzione italiana oltreché l’interesse materiale del popolo sardo; che la politica sarda si orienti in modo vigile e deciso per la dismissione dei poligoni, per la bonifica dei territori e per la riconversione generale degli investimenti nel perseguimento attivo di politiche di pace.

GAZA LIBERA

SINISTRA CRITICA SARDA

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