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Documento: “Perché lasciamo Sinistra Ecologia Libertà”

Perché lasciamo Sinistra Ecologia Libertà.

Siamo entrati a far parte di SEL in momenti diversi fra il 2009 e il 2010, alcuni dopo la battaglia elettorale del 2008 nelle file di Sinistra Arcobaleno. Lo abbiamo fatto perché ritenevamo rappresentasse un tentativo credibile e concreto di continuare quel percorso di una sinistra unita e plurale, priva di ipoteche ideologiche, interrotto con la sconfitta elettorale proprio dal prevalere di elementi ideologici e identitari. Come tali, ci siamo riconosciuti nei primi atti del partito, anzitutto la partecipazione alle elezioni europee del 2009, e nei suoi atti fondativi: l’appello per SEL dell’ottobre 2009 e soprattutto il manifesto politico per il congresso nazionale di Firenze, un anno più tardi.

Elemento caratterizzante nella fase costruttiva di SEL è stata l’affermazione di una identità nettamente distinta da quella delle forze di centrosinistra che nel 2008 composero la coalizione sconfitta dopo la negativa esperienza del secondo governo Prodi. La scelta di un’identità nettamente di sinistra è rimasta salda per tutti i primi anni di vita del partito, anche in quei momenti di collaborazione con le forze del centrosinistra che sono stati segnati da una forte iniziativa programmatica e politica di SEL, tale da caratterizzare in modo qualificante una serie di battaglie e vittorie elettorali amministrative: è il caso tra gli altri di Cagliari.

Nel contempo, elementi di inquietudine permanevano circa le modalità di costruzione del partito, negativamente segnate da una sovraesposizione sempre più smodata della figura del Portavoce nazionale, dalla creazione intorno ad esso di un gruppo dirigente fondamentalmente legittimato da meccanismi cooptativi, dal grado totalmente insoddisfacente di attenzione verso la costruzione di strutture organizzative efficaci e radicate sul territorio e nella società, dall’inesistenza di efficaci canali di confronto e da un grado di democrazia interna sempre più insoddisfacente. In SEL si faceva strada un meccanismo di ricerca del consenso fondato sempre più sull’esposizione mediatica del leader, giustificata con l’esigenza di preparare la sua candidatura alle primarie alla quale, ad un certo punto, è sembrata essere finalisticamente orientata l’intera esistenza del partito.

Lo scioglimento di ogni ambiguità è venuto con l’assemblea nazionale del 30 agosto, che a grandissima maggioranza ha ratificato la presentazione di Vendola alle primarie del centrosinistra. Fin dal suo inizio, la campagna elettorale è stata caratterizzata dall’appiattimento su una supposta fedeltà alla coalizione, e dalla sordina posta a quegli aspetti di originalità critica che avevano caratterizzato le precedenti campagne elettorali. “Vincere le primarie” è diventato l’unico imperativo, ed in nome di esso è stata elusa ogni possibile discussione e riflessione critica sia sull’effettiva realizzabilità delle parole d’ordine proposte durante la campagna elettorale, sia sulla effettiva capacità della candidatura di Vendola di inserirsi in modo significativo nello scontro al vertice fra i due candidati del PD; tanto da far pensare che l’obiettivo reale della candidatura stessa fosse non la sua vittoria, ma “pesare” SEL nei rapporti di forza della coalizione.

Sul risultato nella sostanza deludente (la conquista della terza posizione, con meno di metà dei voti del secondo) non è mai stato avviato il minimo percorso di riflessione: il sostegno a Bersani nel ballottaggio è stato assunto come conseguenza naturale della partecipazione alle primarie, ed in quanto tale non suscettibile di discussione. A partire da questo momento, la prassi democratica in SEL si è definitivamente rivelata essere un optional: l’indicazione da parte del vertice nazionale di una ventina di candidati “garantiti” a prescindere dal risultato delle primarie interne; il modo in cui sono state espresse e gestite le candidature; la concreta formulazione finale delle liste hanno fatto esplodere nel partito quel dissenso che non aveva trovato canali efficaci di espressione negli organismi nazionali e nemmeno nell’assemblea autoconvocata del 30 settembre. Dissenso che, verosimilmente, non era nemmeno nei conti del gruppo dirigente di SEL, del suo portavoce e di quello che – con un concetto e un linguaggio degni più di un gruppuscolo di destra estrema che di un partito che vuol essere di sinistra – viene chiamato il suo “cerchio magico”. E che si è improvvisamente manifestato dal livello nazionale a moltissime realtà locali, comprese alcune di quelle più solide, con l’ uscita pubblica da SEL di molti compagni, con il rimandare da parte di altri una decisione in merito a dopo le elezioni, con un malessere che comunque serpeggia malgrado i richiami all’ordine e alla disciplina interna.

La Sardegna non ha fatto eccezione in questo quadro, che per molti versi aveva anzi anticipato. La costruzione di SEL nella nostra isola è stata da subito contraddistinta da un durissimo scontro interno, causato dalla volontà di una delle componenti legate ai partiti costituenti di volersi appropriare del controllo integrale dell’organizzazione, senza cedere di fronte a nessun invito a mediare con chi si riconosceva in posizioni differenti. Il clima così creatosi ha allontanato da SEL numerose energie che in un primo tempo avevano guardato ad essa con interesse. Valorizzando al massimo, anche sul piano nazionale, innegabili successi quali l’elezione del sindaco di Cagliari – ma ponendo al tempo stesso sotto silenzio altrettante sconfitte di non piccolo rilievo – il gruppo dirigente di SEL Sardegna ha drasticamente emarginato ogni frangia di dissenso interno, segnalandosi per la gestione delle risorse ad uso esclusivo delle realtà “fedeli”, la gestione del partito fondata sull’individuazione di “fiduciari” locali elevati al rango di rappresentanti plenipotenziari del partito al di sopra e al di là degli organi interni legittimamente eletti, l’utilizzo del nome e del simbolo del partito ad esclusivo uso e vantaggio della componente di maggioranza e dei suoi fedelissimi, al di là e al di sopra di ogni considerazione di prassi democratica (le elezioni comunali di Alghero ne hanno fornito un esempio al limite del paradosso), la pratica della svalutazione personale degli interlocutori, accompagnata al sistematico rifiuto del confronto democratico.

La formulazione delle liste per le primarie e le modalità con cui è avvenuta sono state solo l’ultima malefatta di questa gestione, strutturata in funzione della vittoria annunciata dei due principali esponenti della maggioranza, cui sono stati chiamati a far contorno esclusivamente candidati di provata fedeltà, con un vertice regionale che si è scelto da solo persino le rappresentanze territoriali, senza porsi il problema di consultare organismi locali ai quali con l’occasione ha definitivamente sostituito la sua rete di plenipotenziari. Come nel resto d’Italia, anche in Sardegna questo tipo di comportamenti ha già provocato l’allontanamento di diversi compagni, fra i quali qualcuno dei fondatori del partito.

A noi, che abbiamo condiviso tutto il percorso di SEL dalla fondazione, a questo punto non interessa rimanere in un partito che:

ha per anni proclamato di voler costituire il polo aggregante di un formazione politica di sinistra, per finire a costituire una componente non essenziale di una coalizione di centrosinistra articolata sul protagonismo di un partito reduce fresco dal sostegno determinante al disastroso ministero Monti, e connotata comunque in senso estremamente moderato: partito al quale chiunque di noi avrebbe potuto aderire in alternativa a SEL, dalla sua fondazione ad oggi, e non lo ha fatto perché da esso lo dividono insormontabili divergenze di cultura e collocazione politica;

non ha chiarito – perché non può e non vuole chiarire – quale atteggiamento assumerà nella non improbabile eventualità della costituzione di una maggioranza comprendente il centrosinistra e la coalizione clerical-moderata con a capo il Presidente del Consiglio uscente, soluzione caldeggiata da moltissimi dentro il PD e non esclusa dal candidato premier di quel partito, così come non era esclusa dalla Carta di intenti;

ha condotto per le primarie e va conducendo tuttora una campagna elettorale velleitaria e mistificatrice, attraverso la quale cerca di accreditarsi come forza in grado di influenzare da sinistra in modo determinante la coalizione verso il rispetto o l’attuazione di punti programmatici che stridono con i fondamenti programmatici della coalizione stessa; ed al tempo stesso si ritrova a rispolverare il vecchio tema del voto utile, fingendo di dimenticare che si tratta dello stesso ciarpame propagandistico utilizzato nel 2008 contro uno schieramento elettorale di cui faceva parte la larga maggioranza degli attuali esponenti di SEL, con un effetto che sarebbe comico se non fosse ridicolo;

ha dimostrato – dal livello nazionale a quello locale – nei suoi gruppi dirigenti una profonda ignoranza delle regole di base e delle pratiche fondamentali di democrazia interna; nella massa degli aderenti la volontà di assicurare comunque consenso, sostegno e legittimazione ad atteggiamenti di questo genere. Al di là di proclami e dichiarazioni d’intenti che si rivelano sempre più vuoti, entrambi questi atteggiamenti rappresentano i tratti più desolanti della cultura politica autoritaria, intollerante, verticistica della sinistra: quella che SEL si era riproposta di accantonare attraverso un’azione di educazione politica che, nei fatti, non ha nemmeno iniziato.

Permanere in una formazione politica di questo genere non ci sembra avere più alcun senso, tanto più in un momento – come quello presente – cruciale per le scelte inerenti il futuro del paese; e la lasciamo oggi anche sotto il profilo formale. L’impegno per dare all’Italia una formazione di sinistra veramente capace di incidere in quanto tale, di vincere ma ancor prima di svolgere per il tempo che sarà necessario l’indispensabile lavoro di radicamento e preparazione politica, rimane immutato. Nutriamo la sicura convinzione che in questo percorso ci incontreremo nuovamente con buona parte degli attuali aderenti e sostenitori di SEL, quando anche per loro diverranno insostenibilmente palesi gli elementi di contraddizione e mistificazione nei quali si è impantanato un progetto che era comune. Prima avverrà, meno tempo si sarà perduto sulla strada della ricostruzione di una sinistra culturalmente autonoma, solida e vittoriosa.

21 febbraio 2013.

Rosario Agostaro – Lanusei

Antonio Apicella – Porto Torres

Aldo Borghesi – Sassari

Riccardo Franceschi – Lanusei

Gianni Manconi – Sassari

Sara Mulas – Sassari

Laura Mureddu – Sassari

Marcello Murgia – Lanusei

Gianni Perotti – Lanusei, componente assemblea regionale

Benedetto Sechi – Porto Torres

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