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Documento: il cammino di aMpI. “Dalla sinistra indipendentista al Partidu de sos Traballadores Sardos”

1. La storia della sinistra indipendentista.

Il dibattito sulla costruzione della sinistra indipendentista sarda contemporanea nasce nella seconda metà degli anni Novanta dal dibattito di alcuni indipendentisti comunisti nuoresi con il circolo comunista sassarese “Moncada” (costola del circolo antagonista “Spazio Rosso”) e il collettivo di Cagliari “Emiliano Zapata”. La costruzione paziente di rapporti con altri piccoli movimenti di tutta la Sardigna ebbe il suo primo banco di prova nella preparazione dell’incontro estivo denominato “Aguascalientes” svoltosi a Banari nel 1998. Le riunioni preliminari di questa iniziativa offrirono l’opportunità di conoscere più a fondo tante realtà sparse per l’isola. Naque il Movimentu Antagonista Sardu, esperienza che durò poco tempo, vista l’assenza totale di una linea condivisa e di un percorso politico preciso.
Oltre all’emergere di personalismi e di concorrenza fra i diversi collettivi ciò che minò alla base questo progetto fu anche l’impostazione terzomondista della visione del socialismo da parte dello Zapata e la visione ancora operaista e italo centrica del Moncada. Letture ideologiche che si dimostravano completamente inadeguate a cogliere la questione nazionale e sociale sarda nella sua specificità ed originalità. Andato in frantumi il movimento antogonista, soltanto il Moncada continuò ad operare e a produrre analisi. A cavallo del Duemila vennero elaborati i primi tratti della sinistra indipendentista sarda. Certo, le analisi erano ancora parecchio influenzate dalle suggestioni della sinistra indipendentista basca, parecchio ignoranti delle concrete dinamiche che animavano la Corsica, sicuramente poco ferrate sulla storia della lotta irlandese, ma si trattava pur sempre di un nuovo orientamento che ammetteva la possibilità di costruire un Paese socialista in Europa in una nazione senza Stato.
A Manca pro s’Indipendentzia naque nel 2001 per la necessità di rilanciare il progetto dell’aggregazione delle forze antagoniste sarde su una chiara linea indipendentista, senza confusioni e ambiguità. Ma se il dibattito si elevava notevolmente e la sinistra indipendentista riusciva ad allargare i suoi contatti e consensi offrendogli una sua prima veste organizzativa, emergevano anche le prime gravi contraddizioni interne. Si affrontavano due posizioni nettamente distinte: chi voleva costruire un partito che si muovesse su una linea coerente e chi guardava di fatto ad altre forme organizzative come i centri sociali, l’assemblearismo di stampo anarchico e non voleva fare chiarezza sulla linea divisoria che separava la sinistra indipendentista sarda dalla sinistra italiana presente in Sardigna. Lo scontro fu duro e senza esclusione di colpi, da una parte e dall’altra.
La parte che si ricosceva maggiormente nella necessità della costruzione del partito animò anche il profondo dibattito che si svolse sulle pagine del giornale dell’organizzazione “Soberanìa”.
La nascita ufficiale di a Manca pro s’Indipendentzia (nonostante fosse nata nel 2001, ma non ancora ufficializzata da un congresso) fu celebrata dal primo Congresso ufficiale di Nugoro, nell’aprile 2006. Il lavoro preparativo da parte dell’intera organizzazione e in particolare da parte di un’apposita Commissione Preparatoria, fu di fondamentale importanza perché produsse una linea politica articolata e matura.
Il Congresso si svolse in un clima di assedio militare da parte delle forze d’occupazione italiane che avevano circondato l’albergo dove si svolgevano i lavori con veri e propri check-points. Il momento fu importante perché finalmente un’organizzazione della sinistra indipendentista sarda si dotò, per la prima volta da diversi decenni, di una linea, di un programma e di un regolamento che fossero vigenti e reali a carattere nazionale, ovunque fossero presenti i propri membri militanti, e che si proponeva su dimensione nazionale e non territoriale, nelle parole e nei fatti. Forte del dibattito serrato sviluppato per anni su Soberanìa e del lavoro guidato dalla Commissione Preparatoria, A Manca pro s’Indipendentzia si presentava al popolo sardo, al movimento di liberazione nazionale e alle componenti internazionali delle nazioni senza Stato che erano presenti al congresso. Alcuni dei problemi che sin da subito si verificarono furono legati alla constatazione che il lavoro della Commissione Preparatoria aveva gettato le basi per un’organizzazione in parte afflitta da burocratismo. Erano stati costruiti più contenitori che contenuti, più cellette di quante api fossero nell’alveare, e questo errore non era nuovo.
I contrasti interni fra il blocco orientato alla costruzione del partito dei lavoratori da una parte e dall’altra i fautori di una politica movimentista sostanzialmente antipartito, cosi come di spinte che si rifacevano a concezioni comuniste di stampo italianista e sostanzialmente dogmatiche, riprendevano nel frattempo con maggior vigore. Ancora una volta si chiariva lo scontro interno: da una parte chi voleva far diventare aMpI una costola sardista della sinistra italiana, dall’altro chi voleva sviluppare la lotta di liberazione nazionale sul terreno della lotta di classe aprendosi ad un confronto e ad una collaborazione tattica con l’indipendentismo. In questo clima di dibattito che sconfinava spesso nello scontro duro la Direzione Politica riuscì a trovare un punto d’unione nella convergenza tattica espressa nel documento “Pro d’Indipendentzia”, documento di proposta rivolto a tutto l’indipendentismo sardo (aprile 2006).
Lo sviluppo della dialettica politica della sinistra indipendentista che aveva recentemente trovato una sua prima piena forma organizzativa e che aveva chiarito la sua linea venne stroncato da una violenta repressione poliziesca: l’Operazione Arcadia. Vennero arrestati dieci militanti di A Manca pro s’Indipendentzia, disarticolando in gran parte l’organizzazione e seminando lo scompiglio al suo interno così come al suo esterno nella vasta area di simpatizzanti e sostenitori. Gli indagati dell’operazione (circa 50) erano nella quasi totalità militanti e simpatizzanti di aMpI.
Cadevano 3 dei 5 membri del Direttivo Nazionale, quasi al completo la redazione di Soberanìa e alcuni militanti e personaggi di spicco dell’Organizzazione.
La carta che venne giocata dalla nostra Organizzazione come risposta alla repressione fu inizialmente quella giusta, dal momento che si cercò immediatamente di rompere l’isolamento e la ghettizzazione terroristica a cui miravano le forze italiane e i mezzi d’informazione al loro servizio, e per questo motivo si usò la tattica del fronte democratico per la garanzia dei diritti politici e civili. La risposta a questa tattica fu ampia e l’attività per la liberazione dei prigionieri politici fu frenetica.
Al contempo i compagni in carcere cercarono e alla fine trovarono, il modo di riallacciare i contatti politici tra loro e di organizzarsi come struttura: il Fronte Presones. Il problema sorse quando la tattica “democratica antirepressiva” si affermò come strategia politica. Questa confusione, certamente dovuta anche dall’impatto notevole che aveva avuto l’ondata repressiva su una struttura ancora giovane e tutto sommato fragile, rischiava di riassorbire la linea della sinistra indipendentista nell’area democratico-autonomista italiana.
Dopo circa un anno di prigionia, anche grazie a molti inquetanti aspetti contraddittori che palesevano l’inconsistenza dell’Operazione Arcadia, furono rilasciati i prigionieri. La sinistra indipendentista poteva riprendere il suo lavoro ordinario di costruzione politica lavorando instancabilmente sui temi indicati dal Congresso di Nugoro. Si arrivò così al secondo Congresso nazionale, tenutosi a Nugoro nel 2008, dove si aggiornarono le tesi e la struttura organizzativa anche in vista di un rilancio dell’attività politica.
Nel frattempo la chiamata per la costruzione di una collaborazione politica fra indipendentisti avvenne ad opera del DPN di a Manca, e ad essa rispose SNI ma non l’IRS che proseguiva la sua politica escluvista e la tattica di fare terreno bruciato attorno agli altri indipendentisti.
Nasceva Unidade Indipedentista, un progetto elettorale per le elezioni del 2008, con a capo l’avvocato indipendentista Gianfranco Sollai.
Le elezioni dimostrarono che senza un serio progetto politico di convergenza alle spalle qualunque avventura elettorale era destinata al tracollo. Insegnamento che da allora è diventato parte integrante della tattica della sinistra indipendentista. I risultati furono impietosi, Unidade raccolse poche migliaia di voti, schiacciata dal richiamo della sinistra italiana a sostenere il miliardario Renato Soru come antidoto alla destra, e dalla potenza comunicativa di IRS (anche grazie all’enorme spazio dato dai media al movimento indipendentista, cosa senza precedenti nella storia sarda) che raccolse circa trentamila voti.
Unidade Indipendentista non avrebbe potuto avere gambe per proseguire come struttura stabile. La sinistra indipendentista e SNI convennero sulla necessità di considerare Unidade alla stregua di una carta politica di reciproco sostegno nell’attività patriottica che da quel momento in poi le due organizzazioni avrebbero messo in atto, a partire dall’organizzazione delle mobilitazioni contro il G8 a La Maddalena previsto per l’estate del 2009.
A Manca lavorò sin dal primo momento affinché passasse a livello di massa il concetto che il G8 non si sarebbe svolto in Italia, bensì nella sua colonia Sardigna: si presentava infatti l’imperdibile opportunità che tutti i movimenti antagonisti del mondo prendessero atto che nel nostro Paese vige una situazione coloniale ad opera dell’Italia e sussiste un problema di negazione dell’identità nazionale. Venne istituito un tavolo di lavoro a cui partecipava, oltre alla sinistra indipendentista, anche SNI e altre istanze dell’indipendentismo sardo (tranne ovviamente IRS, che continuava a tenere le distanze dal resto del movimento nazionale). L’obiettivo del tavolo era quello di costruire un blocco di apertura delle manifestazioni gestito dalle Nazioni senza Stato, e ciò non solo avrebbe messo in risalto il problema dell’autodeterminazione dei popoli, ma avrebbe anche messo tutti i comunisti a livello internazionale di fronte al dilemma di dover sostenere – assieme a tutti i popoli in lotta per la libertà – anche quei popoli che all’interno dei reciproci Stati di appartenenza lottavano per questi diritti. Il vertice fu alla fine spostato all’Aquila come mossa propagandistica del governo italiano, ma i lavori di preparazione del contro G8 ebbero il risultato positivo di tracciare una linea divisoria definitiva con la sinistra italianista. Infatti i vari movimenti e i partiti italianisti di sinistra presenti in Sardigna, pur di non lavorare con gli indipendentisti alla preparazione del controvertice, si erano dichiarati disponibili a seguire i loro compagni italiani nelle manifestazioni previste a Roma palesando in tal modo la loro completa subalternità alle dinamiche italiane e la loro sostanziale estraneità al tessuto politico e sociale sardo.
Il 10 giugno del 2009 venne arrestato a Roma il membro del DPN in carica Bruno Bellomonte, accusato di aver pianificato il bombardamento aereo del vertice G8 a La Maddalena e di voler rifondare l’organizzazione comunista armata italiana Brigate Rosse. Si trattava del secondo attacco repressivo che l’organizzazione riceveva a tre anni dal suo primo effettivo congresso.
Anche questo episodio provocò tensioni e conflittualità interne palesando posizioni diverse sulla condotta da mantenere di fronte alla repressione coloniale. Una organizzazione giovane si trovava ad affrontare una guerra di logoramento a tutti gli effetti. Anche in questo caso la tentazione di gestire la questione rinunciando al lavoro politico e abbracciando la linea del “fronte democratico” raccolse un notevole consenso numerico all’interno dell’organizzazione e tra i simpatizzanti. Ma questa volta le condizioni erano diverse dal 2006 e la sinistra dell’organizzazione si impose con forza determinando una resistenza pienamente politica alla repressione che passava attraverso il pieno riconoscimento politico del prigioniero. Da una parte vennero messe in atto molte azioni di forte impatto simbolico che denunciavano le menzogne giudiziarie e mediatiche ai danni del nostro dirigente e dall’altra questa volta non si rinunciò a rilanciare l’attività politica sul territorio.
Proprio in questo periodo si diede finalmente applicazione concreta ai progetti lungamente teorizzati di portare il progetto della sinistra nazionale nei paesi e nelle periferie della Sardigna e insieme di andare a cercare le forze sane più capaci della nostra nazione. Le presentazioni dimostravano che la sinistra indipendentista poteva uscire dal suo guscio settario e confrontarsi in maniera positiva e costruttiva con lavoratori e giovani sardi interessati a discutere il progetto e anche a sostenerlo.
Nel 2010 si tenne a Nugoro il terzo Congresso di aMpI. La nuova tesi congressuale votata a maggioranza consisteva sulla necessità di rifondare l’organizzazione sulla pratica politica; la necessità di selezionare il corpo dirigente sulla base delle capacità reali e non sulla base di questioni ideologiche; la necessità di strutturare e articolare in maniera scientifica il lavoro politico nei territori teorizzato nel 2008 e rimasto largamente inapplicato; la necessità di lanciare in maniera seria realistica il concetto del partito tagliando definitivamente i ponti con ogni forma di assemblearismo, individualismo, burocratismo, personalismo e avventurismo; la necessità di ragionare dello sviluppo della linea partendo dal lavoro politico pratico in dialettica con i bisogni delle masse in una prospettiva di medio e lungo periodo, lasciando alle spalle l’abitudine all’emergenzialismo. Lo scontro anche in questo caso fu duro ma la sinistra indipendentista trovava in questa nuova tesi congressuale un nuovo progetto di rilancio che si concretizzò in un serio lavoro politico su più fronti e nell’adesione di forze fresche.
Si proseguiva conducendo con durezza la lotta per la liberazione del nostro prigioniero politico, che venne anche candidato a sindaco di Sassari, fino alla sua liberazione per completa assoluzione dopo quasi tre anni di duro regime di deportazione passato anche per un lungo periodo di isolamento. Si lavorò duramente alla campagna contro l’arruolamento nelle fila dell’esercito e della polizia italiani e al sostegno al referendum contro il nucleare in Sardigna promosso da SNI. Quest’ultima battaglia fu coronata da una vittoria schiacciante a cui la sinistra indipendentista diede un contributo determinante.
Il 28 aprile del 2011, nell’ambito della festa “Sa die de sa patria sarda” a Thiesi fu lanciato il progetto della convergenza indipendentista. A quell’evento a cui aderirono tutte le forze indipendentiste seguì un processo di elaborazione comune che ha messo capo alla stesura di una carta d’intenti condivisa e che ha permesso l’inizio di una reale collaborazione in prospettiva di una compiuta convergenza nazionale delle forze indipendentiste.
In seguito si aderì al progetto della Consulta Rivoluzionaria insieme ai lavoratori sardi, progetto che metteva in luce nei fatti la possibilità di porre la questione del potere degli stessi lavoratori e della rottura con il colonialismo italiano. E si arrivò, sulla base della pratica e non della teoria o delle aspirazioni ideali, a porre con forza la necessità di conclusione di un ciclo storico e alla progettazione e rilancio di uno nuovo, gettando le basi teoriche e pratiche per la costruzione del Partito dei Lavoratori Sardi come unico soggetto politico capace di decolonizzare il nostro Paese.

2. La necessità della costruzione del Partidu de sos Traballadores Sardos.

I lavoratori sardi oggi non hanno alcuna rappresentanza. La sinistra indipendentista oggi non riesce ancora a proporsi efficacemente come punto di riferimento dei lavoratori sardi e soprattutto non riesce a canalizzare la rabbia sociale e la conflittualità dei lavoratori in una proposta politica capace di cambiare realmente i rapporti di forza.
Di fatto la sinistra indipendentista viene ancora percepita dal mondo dei lavoratori come un’area di giovani preparati e idealisti a cui però non è possibile affidare responsabilità politiche e ancor meno un ruolo di direzione delle lotte lavorative e di protagonismo nella trasformazione economica del nostro Paese.
Da una parte la sinistra indipendentista viene infatti percepita come l’ala sinistra della galassia indipendentista, la quale a sua volta appare sempre più frammentata e incapace di sintetizzare una strategia comune.
Dall’altro il concetto di “sinistra” è stato completamente svilito dalle performances della sinistra revisionista e opportunista in Italia e non appare abbastanza chiara la differenza che intercorre tra la sinistra italiana e la sinistra indipendentista sarda.
In effetti il nostro ruolo non è e non deve essere quello di rappresentare l’ala estrema di un movimento indipendentista frantumato e privo di strategia unitaria, ma non può e non deve neppure essere una variante “sarda” del fallimento della sinistra italiana.
Concettualmente bisogna operare una grande trasformazione nel lessico come soprattutto nel metodo di lavoro e spezzare ogni ancoraggio alle vecchie logiche estremiste e gruppettare cariche di ideologismi e utopismi. Bisogna costruire il partito che abbia una sua solida e fortissima identità politica spezzando ogni legame di dipendenza organica, anche se residuale, sia con la galassia indipendentista che con la sinistra italiana.

Partidu de sos Traballadores Sardos e indipendentismo.
L’indipendentismo per noi corrisponde all’ideale dell’autodeterminazione e autodecisione dei popoli che si concretizza in un programma in cui l’intero popolo lavoratore sardo viene chiamato ad assumere nelle sue mani il proprio destino in funzione anticapitalistica ed anticolonialista, per il raggiungimento della sua reale e compiuta emancipazione.
A conti fatti i partiti indipendentisti che pubblicamente affermano di non essere caratterizzati ideologicamente, dietro il programma indipendentista presentano sempre una ideologia latente che alla fine diventa predominante e orienta le scelte e le tattiche: il non violentismo, il pragmatismo, il sardismo diffuso, l’individualismo, il neoautonomismo o “soberanismo”, il liberalismo economico sono le connotazioni ideologiche che orientano l’agire e le strategie dei soggetti indipendentisti.
Noi non siamo la sinistra indipendentista perché ci schieriamo a sinistra del movimento indipendentista sardo: noi siamo la sinistra indipendentista perché da indipendentisti facciamo nostri i valori e i progetti della sinistra internazionale che si identifica nei valori del socialismo e della liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La nostra posizione è chiara. Il nostro programma, economico-politico, deve permettere ai lavoratori sardi di elevare la propria condizione di vita salvando l’isola dalla decadenza e riorganizzando le forze e le risorse in un’ottica di razionalizzazione e sviluppo, sottraendoci al secolare embargo italiano aprendoci finalmente al resto del mondo.

Partidu de sos Traballadores Sardos e sinistra italiana presente in Sardigna.
I legami e gli spazi di condivisione con la sinistra italiana presente in Sardigna vanno chiusi e sigillati, in quanto in Sardigna la sinistra o è indipendentista o non è. Il nostro più grave danno è quello di essere in qualche modo equiparati al fallimento della sinistra italiana con cui noi non abbiamo alcuna area di omogeneità né alcun progetto comune. La sinistra italiana presente in Sardigna, in tutte le sue manifestazioni e varianti, da quelle più revisioniste a quelle più radicali e aderenti ad una piattaforma di ispirazione comunista, non ha più nulla da dare o da dire e risulta completamente incapace di elaborare un’analisi e una linea di azione politica. Infatti oscilla vanamente tra le mode che arrivano dal mare, la tentazione di “flirtare” con un pallido sardismo o indipendentismo di facciata e, in ogni caso, negando e ignorando la centralità della questione nazionale e la condizione coloniale in cui versa il nostro paese.

La costruzione del Partito dei Lavoratori.
Oggi la costruzione di un partito non va di moda. È faticosa e non paga. Da una parte i partiti vengono identificati con caste di potere e clientele elettorali al servizio di veri e propri baronati. Dall’altro i movimenti di protesta si basano sul movimentismo e sulla partecipazione dal basso che di per sé non è nè positiva nè negativa, ma che alla prova dei fatti sfocia in inconcludenza (prendiamo ad esempio i movimenti studenteschi e di contestazione insegnano) o in leaderismo sfrenato al seguito dei più disparati “santoni”, profeti e leaders che compaiono nei tempi di crisi promettendo di risolvere tutti i problemi con una sola mossa, fenomeno potenzialmente molto pericoloso (come insegna il successo del Movimento 5 stelle, ma non solo). Eppure senza la costruzione di un partito serio e articolato è impossibile pensare di incidere realmente sulla realtà.

Costruire il Partidu de sos Traballadores Sardos significa

- Formare veri dirigenti, provenienti dal mondo del lavoro.
- Presenza di responsabili nelle realtà lavorative e di conflitto sociale.
- Unificare analisi della realtà e studio delle proposte alternative dall’interno e non dall’esterno delle realtà di conflitto.
- Costruire percorsi di emancipazione nazionale e sociale all’interno dei rapporti di lavoro e non solo sul campo neutro e spesso virtuale dell’opinione pubblica o della società civile.
- Divenire fattivamente il punto di riferimento nazionale e di fiducia dei lavoratori sardi, dimostrandosi quotidianamente al loro fianco nel momento del bisogno e non soltanto in campagna elettorale.

Oggi la sinistra indipendentista si muove ancora in gran parte, volente o nolente, nel campo dell’azione ideale. La nostra influenza oggi è destinata al campo della critica, dell’attività culturale, dell’antagonismo. Certo è positivo perché esiste una voce chiara e distinta della sinistra indipendentista ma non siamo ancora sufficiantemente capaci di entrare nell’equilibrio delle forze e di spostarle a favore delle esigenze dei lavoratori sardi, i quali del resto non ci considerano come loro referenti o come un soggetto capace di incidere negli assetti di potere.

Ciò dipende da due fattori.

- Struttura organizzativa
- Veste ideologica

Struttura organizzativa.
Oggi la sinistra indipendentista non possiede una struttura adeguata. Riproduciamo spesso il modello movimentista e non ci curiamo di formare cellule di militanti che anche isolatamente sappiano entare nei posti di lavoro e nelle situazioni di conflitto dimostrandosi al contempo esperti, presenti e riconoscibili. La differenza fondamentale tra la sinistra indipendentista e il Partito consiste proprio in questo, nel fatto che il centro dell’attività del Partito non sarà più la riunione, l’assemblea, l’evento poltico ma l’attività instancabile e diuturna del quadro politico nel suo specifico settore di riferimento. Solo così si passa da un movimento di stampo giovanilista e dal forte accento di antagonismo culturale ad un Partito di lavoratori socialisti indipendentisti che padroneggiano le contraddizioni e vi sanno intervenire con parole adeguate al momento giusto.

Veste ideologica.
Oggi la sinistra indipendentista viene ancora identificata con posizioni marginali legate al mondo dei centri sociali italiani e dell’estrema sinistra. Niente di più fuorviante o dannoso. La sinistra indipendentista si deve presentare per quello che è, un Partito dei lavoratori sardi che vuole decolonizzare la nostra isola per rilanciare una economia prospera e sana che riporti vigore e colore al tessuto sociale, culturale e civile del popolo sardo, ponendo al centro di questo agire l’esclusivo interesse dei lavoratori sardi e il loro diritto a costruire un loro Stato. Non ci interessano i ghetti, gli antagonismi, i terzomondismi o gli ideologismi. Ci interessa fornire ai lavoratori sardi gli strumenti teorico-pratici di un programma in totale controtendenza con gli schemi di rapina dei partiti e sindacati italianisti o beceri autonomisti, un programma realmente di rinascita della società sarda a partire dalla fondamentale questione del lavoro che in Sardigna è capestro di potentati asfissianti e morbosi che impediscono lo svolgimento normale e civile del progresso della nostra Nazione.

Direttivu Politicu Natzionale

A Manca pro s’Indipendentzia

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