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Ite bi cheret? Sa Mesa de sos traballadores sardos. Una riflessione di Cristiano Sabino

(IlMinuto) – Cagliari, 12 giugno – La parola deve ritornare ai lavoratori sardi. Un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria che lo scorso 8 giugno ha animato l’Assemblea dei lavoratori sardi a Porto Torres. L’anno politico che ci stiamo lasciando alle spalle ha visto anche una esperienza come la Consulta Rivoluzionaria, promossa dal Movimento Pastori Sardi e dagli Artigiani Liberi in cui erano coinvolti anche i movimenti indipendentisti compresa la sinistra indipendentista. Una esperienza quella della Consulta per molti versi straordinaria nella sua capacità di coinvolgere e di suscitare dibattito e progetto dal basso e senza mediazioni. Una esperienza che non a caso ha suscitato molti campanelli d’allarme nelle alte sfere dell’establishment politico e di categoria che in coro ha cercato di smontarla e sminuirla. Un’esperienza che alla fine ha mostrato tutti i suoi limiti organizzativi, ma che ha anche evidenziato con forza come la Sardigna sia un paese per arresi e che non tutti sono abbandonati alla sfiducia e al fatalismo.

A Porto Torres, grazie all’impegno di amici e compagni come Argentino Tellini, Manolo Mureddu, Bruno Bellomonte e molti altri lavoratori notoriamente combattivi, è riemersa l’esigenza ormai matura di intraprendere un percorso di dibattito, analisi e proposte dal basso, senza deleghe e mediazioni: lavoratori che parlano con altri lavoratori francamente e senza correttivi e limitatori di alcun tipo. Ora si tratta di strutturare e dare corpo a quella che è una viva esigenza della storia del popolo sardo, cioè sa mesa de sos traballadores sardos.

Per me è stato un onore presiedere questa importante e storica assemblea generale dei lavoratori sardi. E quando dico “lavoratori” intendo dire anche i disoccupati che sono lavoratori come gli altri. Senza i lavoratori disoccupati il sistema perverso di contratti precari, sottopagati, l’assenza di diritti, i contratti a progetto e i licenziamenti facili non rimarrebbe in piedi un minuto.

I lavoratori sono quelli che producono la ricchezza di una nazione, la parte creativa, che fa tessuto sociale e dal cui seno nascono le idee di una società. Oggi la nazione sarda è profondamente minacciata. Non produciamo più nulla e prolifera il terziario, addirittura più che a Milano (indicatore allarmante). Spesso l’Italia e l’Europa ci impediscono perfino di essere autosufficienti da un punto di vista alimentare. Abbiamo limitazioni assurde su tutti i fronti, per esempio non possiamo esportare la nostra carne per la peste suina, e in compenso nei nostri porti arriva di tutto e senza controllo.

Avevamo delle manifatture raffinate e competitive: il calzificio Queen, la Cartiera di Arbatax, la Legler. I padroni hanno deciso di succhiare i soldi pubblici e poi chiudere o delocalizzare e glielo abbiamo fatto fare. Non abbiamo impedito che venissero portati via i macchinari. Forse avremmo dovuto mobilitarci e fare come in Argentina, requisire la fabbrica e mandare avanti la produzione autonomamente.

Avevamo una produzione di cemento significativa che oggi è solo un relitto industriale abbandonato, sebbene esistano piani di recupero sia degli operai, sia dalla facoltà di Architettura di Alghero.

Avevamo il più ricco artigianato del mondo e ora abbiamo solo aziende indebitate e designer continentali che pretendono di insegnarci come si lavora il legno, la ceramica e i tessuti che da millenni lavoriamo in maniera pregiata.

Avevamo una raffinata produzione di sughero che oggi in buona parte è delocalizzata.

Infine avevamo una produzione industriale di PVC e Alluminio di tutto rispetto. Invece di intervenire per sanare le condizioni ambientali si è scelto di permettere alle multinazionali che gestivano gli impianti di fare il bello e il cattivo tempo: hanno incassato centinaia di milioni di euro quando non miliardi di finanziamenti pubblici e poi alla fine si sono disfatti di tutto, hanno delocalizzato o semplicememente, come nel caso di ENI, hanno barattato la produzione del PVC con i loro competitor internazionali per avere mani libere su gas ed energia in altre parti del mondo.

Avevamo una enorme produzione agroalimentare e in particolare lattierocasearia che oggi è messa in ginocchio dal cartello degli industriali e dai loro amichetti in Regione che non hanno minimamente ascoltato le ragionevoli richieste degli agricoltori e dei pastori sardi.

Avevamo anche un credito sardo che poteva finanziare microcredito per attività produttive invece di giocare in borsa e di cedere alla finanziarizzazione dell’economia, e oggi assistiamo impotenti al rastrellamento della BPER delle ricchezze accumulutate in decenni dalle comunità sarde nei loro monti granatici.

E i lavoratori sardi? È vero, abbiamo una lunga storia di divisioni alle spalle. Spesso abbiamo fatto il gioco degli invasori: la storica lotta tra contadini e pastori, tra montagna e pianura, tra città e campagna, tra capo di sopra e capo di sotto, e ora tra ambientalisti e operai o addirittura tra operai stessi. Spesso si è creato un muro di silenzio e rancore fra chi difendeva il diritto al lavoro con le unghie e i denti e chi esigeva bonifiche immediate e controllo pubblico e garantito sulle emissioni, sui rifiuti industriali da bruciare nei forni e sui dati epidemiologici. Il risultato? Oggi non abbiamo più il lavoro e fette importanti del nostro territorio rientrano tra le zone più inquinate d’Europa! La verità è che siamo rimasti tutti a bocca asciutta, mentre multinazionali, mediatori politici e speculatori di ogni genere se ne sono andati via con le valige piene di soldi, noi continuavamo a cannibalizzarci a vicenda.

La situazione è matura per rovesciare il tavolo di gioco. E non si tratta solo di ripopolare le campagne e di riavvirare una produzione industriale e manifatturiera compatibile con il nostro territorio e con le risorse qui presenti. Si tratta di non condannare a morte centinaia di paesi della nostra amata nazione e tavolta di intere regioni, perché un terzo delle comunità sono a rischio di sparire dalle cartine geografiche come nel Medioevo.

Siamo arrivati al dunque. I lavoratori sardi devono iniziare a porsi degli interrogativi seri non solo sul come difendere il proprio salario, ma anche sul futuro di questa terra, quindi a fare politica e non a delegare a presunti professionisti nominati oltremare.

E come si fa a pensare ad un qualunque futuro in una situazione dove la nazione sarda non ha nessun controllo e nemmeno diritto di parola sui trasporti da e per l’isola, dove Trenitalia smantella sistematicamente la già poverissima rete ferroviaria, dove la rete viaria è praticamente abbandonata a se stessa e dove non esiste un progetto sistemico per la creazione di stabili e permanenti reti tecnologiche per favorire lo scambio tra ricerca e attività produttive e la formazione permanente?

È arrivato dunque il momento di avviare la ricomposizione dei lavoratori sardi e questo è un compito che tocca a noi lavoratori sardi medesimi. Se non a noi a chi?

Forse sarà minoritario e per alcune orecchie anche impopolare, ma questo è il mio umile punto di vista: basta deleghe e basta piattini dell’elemosina. Rispariamo i soldi dei traghetti per Roma perché il nostro fronte è qua. Siamo un popolo di lavoratori conosciuto in tutto il mondo per la nostra creatività, per l’abnegazione sul lavoro, per il nostro spirito di sacrificio. Non è un pò strano che non riusciamo a costruire una vita dignitosa per 1.648.000 persone in 24.090 km2 di una terra bellissima e ricca di risorse e cultura al centro del Mediterraneo?

Le parole di un grande patriota sardo potranno forse ispirarci in questo momento difficile ma ricco di occasioni:

«Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione»

(Juanne Maria Angioy, Memoriale, 1799)

C.S.

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