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Generazioni a confronto ne “L’Innesto” di Gianfranco Cabiddu

(IlMinuto) – Cagliari, 24 marzo – Si può raccontare il rapporto padre-figlio con un cast costituito da due sole persone? Gianfranco Cabiddu può, e lo fa perfettamente ne “L’Innesto”, trenta minuti di documentario che vede protagonisti un’eccellenza della musica jazz internazionale come Paolo Fresu e suo padre Angiolino. Entrambi raccontano se stessi ed il loro rapporto parlando esclusivamente in logudorese, sullo sfondo delle campagne lavorate per tutta una vita da Angiolino e nelle quali sono cresciuti Paolo e i suoi fratelli. Attraverso il magistrale montaggio di Cabiddu, la sensazione è quella di trovarsi seduti a chiacchierare con loro ed ascoltare aneddoti e storie che, in questi tempi di frenesia e scarsa inclinazione al dialogo face to face, sembrano quasi fantastiche e distanti anni luce dal presente.  Angiolino Fresu racconta del suo percorso come uomo e come padre, di ciò che ha insegnato ai suoi figli e di come abbia appoggiato Paolo nelle sue scelte lavorative. Cose che in apparenza possono sembrare scontate vengono messe in discussione nell’invito alla riflessione sulle parole di questo signore di oltre novant’anni che, pur da umile agricoltore che parla solo in sardo, ha saputo insegnare al proprio figlio che le passioni vanno coltivate e curate come lui ha fatto con le sue vigne. Non a caso, fra i ricordi più vividi di Paolo c’è quello in cui suo padre sostiene che la fase più importante del lavoro è costituita proprio dall’innesto.

Gianfranco Cabiddu, trasponendolo al rapporto padri-figli possiamo vedere il concetto di innesto come metafora del fatto che siamo, almeno in parte, ciò che i nostri genitori coltivano?

“Diciamo di sì, nel senso che possiamo anche essere diversi dai nostri genitori, ma qualcosa della loro esperienza ci rimane dentro poiché nasciamo e cresciamo con il loro bagaglio culturale, sia pure con tutti i contrasti generazionali che possono esserci. Ma pacificarsi e quindi riconoscere quello che di buono passa da una parte all’altra è come fare un passo da un gradino un po’ più alto; ossia, non significa riiniziare da zero ma ammettere che c’è un passato dietro e tante cose che impariamo sono una ricchezza, magari da spendere in tutt’altro ambito, che però ci formano. Se lo riconosciamo è una ricchezza, se ci combattiamo contro non riconoscendolo e lo neghiamo aprioristicamente può essere un problema, ma fa comunque parte di noi”

In un passaggio del suo discorso, Paolo Fresu racconta che fra lui e suo padre ci sono stati anche molti silenzi, ma li chiama “silenzios pesudus”, che tradotto significa silenzi di sostanza, silenzi che parlano

“Ovviamente nelle generazioni passate i padri e i figli non avevano certo un dialogo nel senso moderno del termine, cioè scambi di opinioni e d’affetto. Era più una questione di esempio, di osservazione, di quotidianità. Qualcosa che passa nel silenzio, ma passa. L’insegnamento era l’ascolto di un figlio verso i discorsi dei grandi, c’era un’attenzione magari inconsapevole ma c’era, e anche questo è un modo di imparare a vedere le cose attraverso il loro sguardo”

L’Innesto è stato proiettato nella giornata di chiusura del Terre di Confine Film Festival, che ha riscosso un ottimo successo di critica e soprattutto di pubblico. La sua opinione in merito?

“Sono contento che ci siano questo tipo di iniziative perché per i nostri ragazzi che vanno a studiare all’estero, tornare e avere la sensazione che possono ospitare il mondo a casa loro li fa sentire a casa come quando stanno a Berlino, a Madrid etc. Penso che sia sbagliato non consentire che loro mostrino il meglio della loro casa. Per noi della vecchia guardia è invece importante che riusciamo ad essere accolti da questi ragazzi e, a nostra volta, trasmettere noi qualcosa a loro, per fare un passo più lungo nella direzione che poi loro sceglieranno, aiutandoli con la nostra esperienza.

T.S.

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