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A Cagliari la testimonianza di Santopadre sulla resistenza nel Donbass

(IlMinuto) – Cagliari, 2 luglio – Lo scorso venerdì si è tenuto al circolo ME-TI di Cagliari il primo di una serie di incontri riguardo la crisi ucraina e la resistenza nel Donbass, in particolare l’esperienza delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk. L’incontro è stato organizzato congiuntamente da Scida – Giovunus Indipendentistas e il Fronte Indipendentista Unidu.

Il tema dell’incontro – “Lotta antifascista, diritto all’autodeterminazione e tendenza alla guerra” – ha visto il contributo di Marco Santopadre, redattore di Contropiano e militante della Carovana Antifascista che lo scorso maggio ha portato solidarietà  internazionalista alla resistenza delle Repubbliche popolari, entrando in contatto con le milizie e le popolazioni civili. In particolare, la “Brigata Fantasma” che opera a 10 km dal fronte. La Carovana ha contribuito con rifornimenti alla popolazione civile e, come l’incontro di Cagliari dimostra, rompere l’isolamento mediatico delle Repubbliche popolari.

Le informazioni raccolte da Santopadre e la Carovana nel supporto alla causa del Donbass verranno racchiuse in documentario in pubblicazione nei prossimi mesi.Le testimonianze più significative parlano delle attività della Brigata tra lotta armata e copertura dei civili. I miliziani delle Repubbliche popolari sono quindi pienamente integrati nella popolazione civile il cui supporto è fondamentale per gli uni e gli altri, data la vulnerabilità delle popolazioni del Donbass e il già fragile tessuto produttivo ormai allo stremo, tra rastrellamenti dei gruppi paramilitari e bombardamenti di artiglieria pesante. La forza lavoro non percepisce salari da mesi e la Brigata, tra le varie attività come quelle educative e formative, contribuisce con circa 7.000 pasti al giorno. Scarseggiano medicinali e, per quanto la propaganda pro Kiev esalti un’estesa presenza russa, sul territorio si registra una tendenza inversa. Le armi in possesso dei miliziani sono di fabbricazione russa, ma scarse e datate; la presenza piuttosto ridotta di militari russi è persino causa di insofferenza tra i miliziani delle Repubbliche che dal canto loro vorrebbero un supporto più consistente da parte di Mosca alla luce dei rapporti culturali, storici, economici e persino familiari tra le aree delle Repubbliche e la Federazione Russa. Se Putin è prudente e attendista, cauto sulle conseguenze economiche di ulteriori sanzioni e di un’escalation militare, il governo ucraino di Yatsenyuk – in seguito ai recenti contributi militari canadesi – auspica che “anche altri paesi dell’UE si uniscano a questa importante missione perché è qualcosa che riguarda la sicurezza europea”. L’economista, molto apprezzato a Washington ed esponente della coalizione “Blocco Nostra Ucraina”, dopo la fuga dell’ex primo ministro Azarov e Janukovyc, annovera nel governo golpista vari elementi nazifascisti. Posizioni politiche che vanno dal divieto di aborto anche in caso di stupro, all’obbligo di indicazione di religione ed etnia sui documenti di identità e alla proliferazione nucleare; dalla messa al bando delle organizzazioni comuniste alle lodi verso i nazifascisti greci di Alba Dorata, dall’antisemitismo passando per la purezza della “razza ucraina”.

Nella storia recente dell’Ucraina, una forte instabilità politica a partire dalle elezioni del 2004 – con la vittoria del Partito delle Regioni di Janukovyc – passando per le innumerevoli tornate elettorali seguite ad altrettanti scioglimenti parlamentari nei quali si sono via via rafforzati personaggi come Viktor Juscenko e la sua principale alleata, Julija Tymošenko, nominata Primo ministro dallo stesso Juscenko nel gennaio del 2005. In carica per meno di un anno, la Tymošenko sarà nuovamente Primo ministro da dicembre 2007 a marzo 2010. É  il periodo della crisi georgiana e l’attacco all’Ossezia del Sud da parte del governo di Saakashvili, oltre ai guai giudiziari della Giovanna d’Arco dell’Est: evasione fiscale e appropriazione indebita, distrazione di fondi pubblici e frode fiscale, sino alla scarcerazione in seguito al golpe.

Uno dei passagi cruciali è sicuramente il Jevromajdan (Europiazza) a cavallo tra 2013 e 2014. Il nuovo governo di Arsenij Jacenjuk, europeista e atlantista, prese il potere dopo una – de facto – deposizione di Janukovyc nel febbraio 2014.

Sulla scia delle proteste che volevano un’accelerazione dell’integrazione europea, l’ex primo ministro accettò alcune condizioni come le ennesime elezioni anticipate, l’iter di consultazione popolare sull’adesione ai programmi di associazione e stabilizzazione, propedeutici all’integrazione europea, nonché la scarcerazione per gli arresti nella prima fase di Jevromajdan. Ma non fu sufficente: l’apertura di Janukovyc anziché distendere la situazione la incendiò e Jevromajdan si fece sempre più violenta, con l’egemonia delle forze di estrema destra che di lì a poco saranno integrate nella Guardia Nazionale d’Ucraina, pur mantenendo una sostanziale autonomia. L’aggressività dei gruppi paramilitari ha minacciato la stessa Kiev; ad agosto, il leader di Priavyy Sektor, Dmitry Yarosh, ha intimato alle autorità centrali di ritirare le imputazioni a carico di militanti di estrema destra, pena la marcia su Kiev da parte dei paramilitari della Guardia Nazionale.

Il cambio di governo ucraino, dipinto come progresso e integrazione europa in contrapposizione con gli interessi delle oligarchie russe, è nei fatti molto meno colorato e tollerante, da un punto di vista politico e, soprattutto, meno spontaneo e popolare da un punto di vista organizzativo. Non sono un mistero gli ingenti finanziamenti per oltre un miliardo e mezzo di dollari da parte di Open Society Institute del magnate americano George Soros, già finanziatore di movimenti colorati antigovernativi nel primo decennio degli anni 2000 (la Georgia con Mikheil Saakashvili, il Kirghizistan con Bakiev, l’Ucraina di Juščenko, Tymoschenko e Porosenko). Sulla stessa linea gli ingenti finanziamenti da Washington confermati da Victoria Nuland, membro NATO per gli USA dal 2005 al 2008, nota per la legittimazione dei leader neonazisti e neofascisti e, al tempo stesso, l’intenzione di marginalizzare l’Unione Europea a livello geopolitico come scoperto nell’intercettazione “Fuck the EU!”.

Di Soros, 22° uomo più ricco al mondo nel 2012, sono note le speculazioni monetarie nel 1992, il Mercoledì Nero del 16 settembre su Sterlina inglese e Lira italiana, e la contrapposizione all’elezione di George Bush nel 2004, elemento che contribuì ad accreditare furbescamente l’immagine di Soros a livello mondiale in antitesi rispetto al passato speculativo, inquadrandolo come un magnate buono, filantropo di organizzazioni indipendenti e fautore di una “società libera” e progressista.

Donbass, dunque, Rivoluzione o Reazione? Tra gli elementi che meritano evidenza nella lunga esposizione di Santopadre rientrano sicuramente i primi atti del governo Yacenjuk: l’abolizione della legge sul bilinguismo; la chiusura di media in lingua russa diffusi in tutta l’Ucraina ma soprattutto nelle Repubbliche di Donestk e Lugansk; un’accelerazione dell’integrazione con UE e la propria agenda economica interrotta con Janukovyc e la richiesta di adesione alla NATO; il revisionismo su Stepan Bandera - precorsa da numerose sue immagini nelle settimane calde di Kiev – l’ultra-nazionalista ucraino e collaborazionista nazista durante la II Guerra Mondiale; l’istituzione e il potenziamento di una Guardia Nazionale, organismo militare in disuso nel quale progressivamente sono stati integrati i vari gruppi paramilitari riferibili ai maggiori partiti di estrema destra (Pravyy Sektor e Svoboda) nonché individualità nazifasciste provenienti da varie aree d’Europa, i cosidetti foreign fighters oggetto di leggi italiane contro il terrorismo islamico.

Tra i battaglioni paramilitari più sanguinari e dotati logisticamente nelle operazioni ATO (“antiterrorismo”) figurano l’Azov, l’Aidar, il Dnipro e il Donbass. Tra gli atti più feroci del nuovo corso ucraino, il massacro alla Casa dei Sindacati di Odessa, quasi 90 morti tra arsi vivi, asfissiati, finiti a colpi di piccone e immolatisi dalle finestre. Sui fatti di Odessa il governo golpista è riluttante ad accertare le responsabilità degli squadroni nazifascisti, mentre la maggior parte dei media italiani ha derubricato il tutto a “tragiche conseguenze degli scontri”, legittimando pienamente le versioni di Kiev.

Significative le posizioni dell’UE: dalle continue sanzioni alla Russia accusata di ingerenza nel “legittimo governo ucraino”, alle inquietanti dichiarazioni di Martin Schulz che ammise candidamente “Si, trattiamo anche con Svoboda” (nel 2012, 38 seggi in Parlamento, oltre due milioni di voti, quarta forza politica in Ucraina in forte ascesa).

L’Italia e il duo Mogherini-Renzi hanno espresso a più riprese pieno sostegno a Kiev e all’azione riformista intrapresa, prima con l’interim di Turcynov (già direttore dei servizi segreti nel 2005 e braccio destro della Tymošenko) e successivamente con Jacenjuk e Porosenko. Piena agibilità alle riforme e al progresso di Kiev, auspicando un futuro di floridi rapporti commerciali tra Ucraina e l’Italia, nonché con l’UE tutta.

Stessa direzione per la propaganda europeista nelle tv italiane, specie in occasione del centenario dallo scoppio della I Guerra Mondiale, che narra un’Europa a fondamento per la pace tra i popoli, deterrente di nuovi conflitti globali.

Secondo Scida e il FIU, nel Donbass è in atto un movimento di autodifesa e questa- data la mancanza di margini con il governo di Kiev – è per l’autodeterminazione del popolo sotto tutti i suoi aspetti. La resistenza è così pienamente legittima in quanto antifascista e contro uno Stato oppressore oltre, più ampiamente, contro l’egemonia statunitense ed il polo capitalista europeo per i quali l’Ucraina è strategica nel proprio espansionismo. Dalle enormi risorse naturali presenti all’accerchiamento NATO alla Russia, passando per la debolezza demografica ucraina che gioca un ruolo decisivo sotto tutti i punti di vista. Questa resistenza è una lotta fraterna a quella del movimento di liberazione nazionale sardo. A causa degli interessi NATO e USA, con l’intermediazione politica e i diretti interessi italiani, la Sardegna si ritrova difatti soverchiata dall’occupazione militare (solo Poligono di Quirra è il più grande d’Europa). La tutela degli interessi dell’imperialismo occidentale, oltre al sottosviluppo economico per la Nazione, implica una forte esposizione della Sardegna in uno scacchiere internazionale sempre più teso.

Per le due organizzazioni, l’indipendentismo sardo deve porsi attivamente solidale con le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk e guardare con pragmatismo, senza mitizzare i vari contesti, chiunque ponga in crisi l’egemonia entro cui la Sardegna è posta come subalterna, osservando come storicamente il declino di grandi potenze imperiali e imperialiste abbia favorito i movimenti di liberazione nazionale ed emancipazione sociale.

L.P.

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