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Matteo Martis: Monastir/New York e ritorno

(IlMinuto) – Cagliari, 14 dicembre – Matteo Martis, classe ’79, è nato a Cagliari e ha iniziato a studiare musica a otto anni per poi continuare con il Conservatorio. Nel 2007 ha frequentato il master specialistico in Scrittura e Composizione per Teatro Musicale presso la New York University – Tisch School of the Arts, di New York. Dal 2007 è titolare di cattedra nell’Istituto Comprensivo di Dolianova come docente specialista di Teatro e Musica nella scuola primaria.

Hai un ricordo di un momento o un giorno preciso in cui hai scelto di coltivare questa passione?

Quando avevo otto anni decisi di frequentare una scuola di musica e fui attirato dall’organo. Dopo un concerto natalizio, però, il mio maestro volle prepararmi per un concorso nazionale; partecipai, vinsi e capii che c’erano due cose di cui non potevo fare a meno: la musica e il pubblico

Nel 2003 sei uscito con il musical “Pinocchio, tra reale e virtuale”. Hai trasposto al presente l’opera di Collodi: Geppetto è programmatore fallito, Turchina vive in una casa di cartone e Pinocchio vuole andare in tv. Il tutto agli albori del periodo dei talent; possiamo dire che sei stato fra i primi a comprendere i meccanismi della fama a orologeria? E tu, avresti prestato la tua arte a questo tipo di televisione?

Ho scelto di portare Pinocchio nei giorni nostri e farlo vivere nella società di oggi. Capivo il brillare degli occhi davanti al paese dei balocchi, però quello che secondo me è gravissimo è che gli adulti ci credano. Quanto a me, assolutamente no, non credo ci sia un posto per me, che mi permetta di far vedere la mia arte senza contaminazioni altrui a fini speculativi. Per me resta il teatro il posto dove poter fare vedere le cose.

Nel 2005 arriva “Stradivari”, musical tratto dalla vera storia del liutaio Antonio Stradivari. A Ottobre del 2005 hai vinto il Premio FITALIA come miglior spettacolo italiano dell’anno

Sono molto legato a quest’opera, e posso dire in anteprima che stiamo lavorando ad una tournée dello spettacolo in Sardegna per festeggiarne il decennale.

Nel 2007 hai frequentato il master specialistico in Scrittura e Composizione per Teatro Musicale presso la New York University – Tisch School of the Arts, di New York. Parlami del tuo periodo newyorkese

Quei due anni sono stati come oro per me, perché da musicista e compositore abituato a lavorare da solo ho imparato a lavorare in team, dando il mio contributo per il prodotto considerandolo come un valore aggiunto. Ho faticato molto, ma posso dire senza dubbi che l’aver vissuto, preso e succhiato tutto dalla città costituisce almeno un 60% della mia formazione newyorkese.

Hai poi deciso di insegnare ai bambini, in Sardegna. Come sei giunto a questa scelta? È vero che un sardo, quando si allontana troppo e per troppo tempo dalla sua terra ne sente il richiamo?

In realtà io sento di non essere mai andato via da New York; sono un autore e quindi posso lavorare dove desidero. D’altra parte ho realizzato che le cose più belle che ho scritto le ho scritte in Sardegna. Quanto alla mancanza della Sardegna, confermo. Dopo il primo anno sono tornato per un periodo di vacanza e ho percepito un senso di appartenenza che non avevo mai sperimentato prima. Ho scelto di insegnare ai bambini perché sono convinto che quella sia l’età in cui le cose si seminano e sono pronte per crescere nella maturità.

Giovanna D’Arco: opera musicale in due atti, risultato della fusione tra opera lirica e musical. Ti piace particolarmente l’idea di trasporre al presente opere di tempi lontani, perché la tua Giovanna è una donna del terzo millennio

La Giovanna che mi ha affascinato di più è sicuramente quella di Luc Besson, che per me è stata molto illuminante; è quel tipo di Giovanna dove la parte storica e la parte della guerriera si mischiano perfettamente con la parte della follia. Io ho aggiunto a questa follia e a questo senso epico di condottiera che faceva parte di lei la dolcezza che secondo me doveva avere.

Nel 2012 con la tua classe di quell’anno hai realizzato il corto Disamistade in cui vediamo un mondo in bianco e nero, metafora della perdita dei colori della vita a causa dell’inimicizia tra due gruppi di persone in un piccolo borgo in cui saranno l’innocenza e la purezza di un bambino a sovvertire lo status quo

Quando ho sentito Disamistade di De Andrè ho capito che dovevo farci qualcosa con quella canzone. Ho parlato con i miei allievi della disamistade, cioè dell’inimicizia con loro e da lì è nato tutto

In questi giorni è in uscita “Alba delle Janas”, cortometraggio di animazione in 3D per la regia di Daniele Pagella e del quale hai curato le musiche. Il corto è ambientato in Sardegna, a cosa ti sei ispirato per comporre le musiche di un cartoon interamente Made in Sardinia?

Ho proposto di dare un’impronta più universale e accessibile a molti canali in modo che anche chi lo dovesse vedere in altre parti del mondo possa accedere alle emozioni della storia attraverso una musica moderna. Diciamo che ho avvicinato la Sardegna la mio gusto musicale e l’ho restituita con il mio gusto musicale.

T.S.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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