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La fibra killer: si muore prima di amianto o di burocrazia?

(IlMinuto) – Cagliari, 12 febbraio – Chi ci lavorava lo chiamava “borotalco”, quando ancora non si era a conoscenza di quanto fosse dannoso per la salute e del fatto che l’esposizione all’amianto portasse inesorabilmente a morte certa dopo una lunga agonia. Ma, dramma nel dramma, negli anni siamo giunti a scoprire che l’agonia non è solo quella che porta alla distruzione dei polmoni e alla totale mancanza di respiro. C’è infatti un altro tipo di agonia, che ha nome “burocrazia” e talvolta fa altrettante vittime della polvere dalla quale ci dovrebbe difendere.

Altre volte abbiamo parlato dell’ecocidio causato dalla polvere killer, l’amianto, sottolineando quanto sia difficile, quando non impossibile, vedere riconosciuti i propri diritti in merito alla legislazione sul lavoro, dato che una cura non esiste ancora.

Oggi, però, vi vogliamo portare a conoscenza di una storia, una tra le tante che non ha avuto risonanza, dal momento che il protagonista non ha posto in essere gesti eclatanti, degni di una prima pagina o di un titolone, ma si è limitato a chiedere, per le vie formali, ciò che gli spetta di diritto.

Il signor M ha 56 anni ed è un lavoratore dipendente di ditte abilitate alla rimozione e alla bonifica di amianto e materiali che lo contengono. Nonostante, a detta delle stesse, siano state rispettate tutte le norme di sicurezza, il signor M ha contratto l’asbestosi, rilevata tra il 2008 ed il 2009 e ad oggi riconosciuta dall’Inail come “Placche pleuriche al 4%” e BPCO in corso di accertamento. È da segnalare, tuttavia, che sia il fratello del signor M sia il cognato svolgevano il medesimo lavoro e sono deceduti entrambi per Mesotelioma Pleurico, malattia asbesto-correlata e notoriamente causata dall’esposizione ad amianto.

Le condizioni in cui versa il signor M sono comprensibilmente tragiche: tuttora deve lavorare nel posto dove ha contratto la malattia, perché non gli è stato concesso il pensionamento. Alle già tragiche condizioni di salute si è aggiunto uno stato ansioso-depressivo dovuto alla sua condizione e al fatto che probabilmente verrà licenziato, medesima sorte toccata al figlio, che è stato licenziato dalla stessa impresa contemporaneamente al palesarsi della patologia del padre.

Il signor M, come detto, si è mosso per le vie formali ed ha presentato regolare istanza di certificazione dei periodi lavorativi con esposizione ad amianto. In tutto 35 anni di servizio. Ma l’Inail non ha ancora prodotto alcuna documentazione su questo caso; eppure basterebbe poco, dal momento che l’unica cosa da fare è certificare i periodi di esposizione elencati dal signor M al fine di ricostruire e determinare la partita pensionistica del lavoratore, mettendolo così finalmente a riposo lontano dalla fibra killer nel più breve tempo possibile.

Il calvario del signor M, perché di questo si tratta, è iniziato a luglio del 2015 e, ad oggi, non è ancora terminato, visto che tuttora si trova a dover ancora andare al lavoro fino al momento in cui non verrà inesorabilmente licenziato, o graziato dalla burocrazia che soffoca questo Paese e chi ci lavora per garantire un presente dignitoso e un futuro ai propri figli.

A ottobre, infatti, il signor M non aveva ancora ricevuto comunicazione alcuna relativamente alla definizione della sua pratica. A gennaio, grazie anche al contributo e al supporto dell’AFeVa Sardegna Onlus – Associazione Familiari e Vittime Amianto – la documentazione inerente la posizione del signor M è stata integrata ulteriormente con i Piani di Lavoro relativi al periodo in cui il nostro “sfortunato” lavoratore prestava servizio nella ditta di cui è ancor oggi dipendente con la mansione di Capocantiere. Ma il signor M non si è incatenato ai cancelli della ditta per cui lavora, né a quelli della sede dell’Inail regionale; non ha scritto al Presidente della Repubblica, al Papa e nemmeno ad un talk-show, perciò a chi interessa la sua storia? Non fa notizia oggi una persona che ha contratto una malattia professionale e non la vede riconosciuta perché porta avanti la sua lotta con dignità e per le vie formali. Fa più notizia chi compie gesti eclatanti, mentre il signor M vive il suo dramma con dignità e riservatezza.

Ebbene, noi ne vogliamo parlare, perché dal signor M, a parer nostro, c’è solo da imparare; una lezione di vita che pochi sono in grado di dare nell’era degli status di Facebook, dei Tweet, dei pomeriggi di intrattenimento televisivo et similia.

Concludo con un’amara constatazione, la stessa del Presidente dell’AFeVa Salvatore Garau: “Mi chiedo solo, e ogni giorno mi interrogo, cosa deve fare un lavoratore per tutelare la dignità propria e della propria famiglia?”. Già, lo vorremmo sapere tutti.

T.S.

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