(IlMinuto) – Cagliari, 24 luglio – Abbanoa è pronta ad aprire le porte alle multinazionali dell’acqua. Entro la fine del 2011 la società – come ha ricordato il presidente Pietro Cadau nella lettera agli azionisti – dovrà cedere “almeno il 40 per cento del capitale sociale a investitori e operatori industriali”.
Privati che ovviamente faranno ingresso nella società che gestisce il servizio idrico con un obiettivo: mettere a posto i conti (Abbanoa ha registrato 11.892.599 di euro di perdite d’esercizio nel 2009) e fare soldi.
Rendere l’acqua – riconosciuta dal Parlamento europeo “bene comune dell’umanità” e “diritto fondamentale della persona umana” – fonte di profitto.
Questi (come ha spiegato Antonio Canu del Comitato Acquapubblica di Sassari) sono i risultati dei modelli di privatizzazione sperimentati ad Arezzo e a Latina: aumenti delle tariffe sino al 300 per cento, nessun investimento sulle reti, riduzione del personale e netto peggioramento del servizio.
Eppure – sottolinea il Presidente della spa – Abbanoa “non può evitare di tenere sotto controllo la norma (articolo 15 della legge 166 del 2009, ndr)”. Entro la fine del 2010 – chiarisce il numero uno di Abbanoa – sarà convocata una “assemblea straordinaria per le modalità di privatizzazione”.
Le affermazioni di Cadau non tengono però conto della “rivoluzione silenziosa” che ha attraversato le vie e le piazze di tutta Italia negli ultimi mesi.
Quella “piccola grande rivoluzione” – come ha scritto Marco Bersani di Attac – rappresentata da un milione e 400mila persone che hanno sottoscritto i tre referendum per la ripubblicizzazione del servizio idrico, con l’obiettivo di “affermare la totale fuoriuscita dell’acqua e dei beni comuni, essenziali alla vita, dal gorgo delle società per azioni comunque delineate”.
Le firme sono state depositate lunedì scorso alla Corte di Cassazione di Roma. I tre referendum si svolgeranno nella primavera. La “rivoluzione dell’acqua” travolgerà le multinazionali?





