L’arma della parola: dare della “disonesta” a una donna è il nuovo fango patriarcale

Dagli ambienti intellettuali ai contesti lavorativi, fino alle dinamiche del quotidiano, l'uso manipolatorio dell'aggettivo “disonesta” è la nuova frontiera del moralismo misogino che punta a silenziare e isolare le donne
17 Giugno 2026
patriarcato

«Ma perché gli uomini che nascono / Sono figli delle donne, ma non sono come noi» — Mia Martini, Gli uomini non cambiano (1992)

Questo pezzo non ha pretese saggistiche, ma nasce da una riflessione sul termine “disonesta”, che ultimamente riempie il linguaggio maschile. È un'osservazione empirica di come certi termini cambino pelle per continuare a fare lo stesso identico danno. Quando un uomo oggi usa questa parola contro una donna, raramente sta parlando di conti che non tornano o di patti violati; quasi sempre, quel giudizio si sposta su un piano molto più intimo, viscerale e punitivo. È come se, non potendo più usare i vecchi insulti di una volta senza subire una censura sociale, il linguaggio maschile avesse trovato una via di fuga elegante: un termine apparentemente pulito, che però conserva intatto lo stesso antico sapore di controllo e di fango.

Nel vasto e desolante repertorio del sessismo ordinario, l’aggettivo “disonesta” è il termine che sta colonizzando il linguaggio comune con una frequenza che dovrebbe allarmarci. Lo si sente rimbalzare sui social, masticato da ragazzini che ripetono trend tossici, ma, cosa ben più grave, risuona nei corridoi degli uffici, nelle aziende e persino negli ambienti culturali, pronunciato da professionisti "di tutto rispetto". Un lemma antico, apparentemente legato alla sfera della rettitudine, che oggi viene rispolverato dal linguaggio maschile con un intento preciso: trasformarsi nel sinonimo ripulito, ma non meno violento, di "donna dai facili costumi".

Come bene ci insegna la sociolinguista Alma Sabatini nelle sue storiche ricerche sul sessismo nella lingua italiana, i concetti di "onestà" e "onore" applicati al genere femminile non hanno a che fare con la correttezza intellettuale o la lealtà negli affari, ma sono legati strettamente al controllo del corpo e della virtù sessuale. La storia del diritto e della linguistica spiegano chiaramente questa asimmetria: se per un uomo l'onestà è da sempre una virtù pubblica, civica e professionale, per la donna è stata storicamente ridotta a una condotta privata, corporea e biologica.

Partendo da questo assunto si fa chiaro il quadro volgare di questa nuova deriva culturale: quando un uomo oggi usa l'aggettivo “disonesta” contro una donna, non fa altro che riattivare sul piano pratico quel codice patriarcale che per secoli ha subordinato l'integrità femminile alla sua disponibilità o conformità sessuale. È la riesumazione inconscia e ferocissima di un maschilismo atavico, lo stesso retaggio culturale che fino al 1981 ha giustificato nell'ordinamento italiano obbrobri come il delitto d'onore e il matrimonio riparatore.

Un filo nero che unisce il passato al presente: oggi come allora, la scure della “disonestà” si abbatte sulla donna non appena rivendica la libertà di disporre del proprio corpo, di vivere la propria sensualità in totale autonomia o di sottrarsi alle dinamiche di possesso del branco. È il ritorno della polizia morale travestita da giudizio etico, l'insulto misogino che cambia veste fonetica per aggirare la censura sociale e continuare a colpire la libertà personale.

Già nel 1792, in Rivendicazione dei diritti della donna, Mary Wollstonecraft lanciava un interrogativo che smaschera l'ipocrisia di questo controllo: «Chi ha eletto l'uomo a unico giudice per decidere se la donna debba essere onesta o disonesta, quando la natura stessa la creò libera e dotata di ragione?».

È esattamente in questa pretesa di giudizio che si consuma un cortocircuito strutturale. La filosofia della differenza sessuale, a partire dalle tesi di Luisa Muraro sull'ordine simbolico della madre, ha ampiamente documentato come l'uomo riceva il linguaggio originario e la parola stessa proprio dal corpo e dalla cura materna. Ogni uomo che oggi pronuncia l'aggettivo “disonesta” per marchiare la libertà di una donna sta compiendo un atto di parassitismo simbolico: usa lo strumento della parola — ricevuto in dono dalla nascita e dal nutrimento biologico di una donna — per ritorcerlo contro il genere che glielo ha conferito.

C'è una viltà profonda in questo gesto: scagliando quel giudizio, quell'uomo si fa complice di quel sistema che storicamente ha ridotto al silenzio, normato e confinato le donne nel ruolo di custodi sottomesse. Intere generazioni di donne sono state le prime vittime di questa catalogazione violenta, cresciute sotto il ricatto di dover dimostrare una continua conformità morale per essere accettate. Utilizzare la lingua materna per marchiare come “disonesta” un'altra donna significa calpestare i sacrifici storici delle donne, offendendo la memoria di chi ha lottato per spezzare quei vincoli e perpetuando, di fatto, l'eredità dell'oppressione. Davanti al rigore di questa evidenza, l'arroganza di certi uomini si scioglie, svelando la profonda contraddizione logica e culturale di chi sceglie deliberatamente di riattivare un codice antico e abusante.

Nelle relazioni del quotidiano, nei contesti lavorativi e in quegli ambienti intellettuali che dovrebbero fare del rispetto e della sensibilità la propria bandiera, marchiare una donna come “disonesta” è una precisa strategia di ritorsione: serve a rimetterla al suo posto non appena devia dal binario dell'obbedienza, isolandola e minandone la credibilità pubblica. È un tentativo sistematico di toglierle la libertà, riducendola al solo stigma morale per “ricondurla nella retta via”.

Questo meccanismo di vigilanza moralista svela così la sua vera natura: non un giudizio etico, ma un dispositivo di controllo biopolitico volto a sanzionare l'autodeterminazione attraverso il marchio della “disonestà”. Le parole, tutt'altro che neutre, codificano i rapporti di forza e legittimano l'esclusione sociale. Disinnescare questa retorica significa rifiutare l'asimmetria semantica che pretende ancora di misurare il valore pubblico e civile di una donna attraverso il filtro patriarcale della sua condotta privata. Pretendere il conto di ogni singola accusa di “disonestà” diventa quindi un atto di rottura politica e linguistica: la dimostrazione che l'autonomia non è mai una deviazione morale, ma la condizione necessaria di un'esistenza che ha smesso di chiedere il permesso per essere se stessa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA