Quei diecimila fiammiferi che bruciano il futuro della Sardegna

Non è il caldo e non è il vento: dietro l'inferno estivo c'è quasi sempre una mano criminale. E se le vecchie relazioni parlano solo di pascoli, oggi l'ombra si allunga sulle nuove speculazioni che assediano l'Isola
15 Giugno 2026
roghi in Sardegna

C'è un dato, gelido e inquietante, che smonta ogni anno l'ipocrisia estiva della "fatalità": negli ultimi trent'anni, in Sardegna, quasi diecimila incendi sono stati appiccati intenzionalmente. Diecimila volte in cui qualcuno ha preso un fiammifero o una miccia e ha deciso di dare fuoco a un pezzo della nostra Isola. I numeri del Corpo Forestale regionale, che ha radiografato oltre 14 mila eventi, non lasciano spazio a dubbi: il dolo batte la colpa per quattro a uno.

Ma qual è la vera natura di questo assedio? Le vecchie statistiche continuano a raccontare di faide legate ai pascoli, di vendette private o di rapporti tesi con la pubblica amministrazione. Una fotografia che non ci convince (ndr), perché rischia di ignorare la realtà di oggi, dove la speculazione ha cambiato pelle e obiettivi. In un'Isola stretta nella morsa dell'assalto eolico e fotovoltaico, vittima di una vera e propria colonizzazione e con lo spettro di una nuova anaconda sulla testa che divora ambiente e paesaggio, il fuoco serve a devastare i terreni per azzerarne il valore e metterli fuori gioco. Un terreno agricolo vivo, un pascolo curato sono un presidio difficile da intaccare; una distesa di cenere, degradata e con l'economia azzerata, diventa terra di conquista ideale per i progetti della transizione selvaggia o per i mega-resort con campi da golf che prosciugano le riserve idriche delle nostre comunità. Il sospetto che il fuoco serva a "ripulire" la mappa da vincoli e attività per fare spazio alle speculazioni del nuovo millennio è qualcosa di più di una suggestione popolare: è un'ipotesi drammaticamente concreta.

Qual è, allora, lo scenario per l'estate in corso? L'allerta è ancora più alta per colpa di un paradosso tutto stagionale: le abbondanti piogge dei mesi scorsi hanno favorito un incremento significativo della biomassa vegetale, che ora con i primi caldi si trasforma in una gigantesca polveriera secca. I primi roghi di inizio giugno, scattati spesso per imprudenze durante i lavori agricoli, sono il campanello d'allarme di uno scenario ad altissimo rischio.

Come possimo uscirne? La risposta non può essere solo quella di rincorrere l'emergenza con più controlli, divieti e schieramenti di forze. Certo, i dodici elicotteri regionali e i Canadair pronti a decollare da Olbia sono indispensabili, così come sono sacrosante le richieste sindacali della Cisl per potenziare le squadre di terra della Forestale, oggi sotto organico di fronte ai nuovi scenari operativi.

Ma la vera svolta è quella indicata da Coldiretti Nuoro Ogliastra: rimettere l'uomo al centro. Gli agricoltori e gli allevatori sono le vere sentinelle dell'ambiente, l'unico vero baluardo contro chi vuole colonizzare l'Isola. Dove c'è una realtà produttiva, dove la terra viene lavorata, pulita e vissuta quotidianamente, si sa, le fiamme non trovano terreno fertile e la speculazione viene respinta alla frontiera. Noi lo diciamo da sempre, e non ci stancheremo mai di ripeterlo: difendere chi vive di agricoltura e pastorizia vuol dire proteggere i confini stessi della Sardegna. Perché ogni ettaro di terra mandato in fumo non è solo un danno per chi ci lavora: è un pezzo del nostro futuro che si spegne, è una ferita che resterà sulla pelle di tutti noi.

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