La piazza senza simboli è la piazza della resa

Bandiere nascoste, identità silenziate: quando il monito diventa il miglior alleato del centralismo italiano
2 Luglio 2026
bandiera sì bandiera no

"Bandiere sì, bandiere no". In Sardegna, ogni volta che la mobilitazione si fa seria, rispunta ciclicamente questo ritornello: il monito a lasciare a casa i simboli di partito e i vessilli dei movimenti indipendentisti. La motivazione ufficiale? "Sono divisivi". Ma siamo davvero convinti che il problema sia una bandiera? O forse, dietro questa ossessione per la neutralità, si nasconde un tentativo deliberato di sterilizzare la lotta, svuotandola di quella carica politica radicale che è l’unica a far tremare i palazzi?

Chi oggi impone di "depurare" la piazza dalle appartenenze, a nostro avviso non sta cercando l'unità: sta cercando l'inconsistenza. E ciò che risulta ancor più inquietante è osservare come questo monito arrivi spesso proprio da chi gravita nell'area indipendentista, finendo però per agire in una convergenza oggettiva con gli interessi centralisti. È la tattica del mimetismo: si chiede di ripulire il campo per non disturbare gli equilibri di chi, dall'Italia, ha sempre deciso il destino della nostra isola. Chiedere di togliere le insegne di chi ha sempre difeso la Sardegna in nome di una generica "unione" non è pragmatismo è il primo passo verso la resa e la normalizzazione coloniale.

Quando si chiede di lasciare a casa il proprio simbolo si sta chiedendo di rinunciare alla propria storia e soprattutto a quel progetto politico che ha sempre rappresentato l'unico vero baluardo contro la speculazione e la morte della nostra terra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA