Sangue, musica e lacrimogeni: 25 anni dopo, l'urlo di Genova squarcia ancora i cinema sardi
«Vent'anni e un sogno in tasca spezzato da un proiettile... e la tua vita si è fermata lì» — (Modena City Ramblers, La legge giusta)
Il rumore sordo dei manganelli sulla carne, il sibilo metallico dei candelotti, il fumo acre dei gas che bruciano la gola e gli occhi. E sopra ogni cosa, le urla. Venticinque anni fa, a Genova, il desiderio di un mondo migliore, più giusto, pulito e pieno d’amore, è stato preso a calci, calpestato e stuprato con una brutalità che ancora oggi fa tremare le vene e lacrimare gli occhi. Dal 15 al 17 giugno, quel buio si riaffaccia sul grande schermo nei cinema della Sardegna — da Cagliari a Nuoro, da Oristano a Iglesias — con il film-inchiesta "Diaz - Don't Clean Up This Blood" di Daniele Vicari. Non una semplice proiezione, ma una cicatrice aperta, pronta a sanguinare, ricordando a tutti che la ferita di quel luglio 2001 non si è mai chiusa.
Il film di Vicari restituisce la spietata nudità di quella notte alla Diaz e delle torture di Bolzaneto, ma la cronaca si fa carne e sangue solo attraverso la musica, l’unico rifugio per chi quel trauma lo porta impresso sulla pelle. È per i compagni tornati a casa con gli occhi spenti e i fantasmi dentro, per chi porta il peso invisibile di un incubo quotidiano, che queste canzoni diventano un coro di dolore e rabbia capace di unire una generazione intera. Dentro i fotogrammi del massacro si sente il silenzio desolante di Francesco Guccini in Piazza Alimonda, fermo ad aspettare che il vento porti via il fumo e la paura di quel giorno. Un silenzio che diventa tutt'uno con il grido spezzato dei Modena City Ramblers per Carlo Giuliani, per quella giovinezza svanita troppo presto tra l'asfalto e il sangue.
È un coro disperato e potente che non risparmia nessuno. Nelle cariche della polizia e nelle stanze del potere risuonano le rime affilate degli Assalti Frontali contro il silenzio delle istituzioni e il rock distorto dei Linea 77, che urla il vuoto di quei ragazzi rientrati a casa profondamente cambiati, con le parole spezzate, il cuore schiacciato e l'inferno negli occhi. Fino ai Mille papaveri rossi di Caparezza, che trasforma il sangue di una generazione in fiore e in memoria perenne. Nelle sale sarde, l'evento ha dimostrato che quel massacro non è riuscito a spegnere quella speranza: finché quel metallo farà rumore e quelle canzoni continueranno a urlare, lo spirito di quella generazione rimarrà vivo, intatto, vivo per tutti i ragazzi che cercavano riparo nei vicoli, rannicchiati al buio per non essere presi, con il cuore in gola ad ascoltare il passo furente degli anfibi; vivo per chi è stato spezzato in quella caccia all'uomo, e vivo per quel suono, quel suono terribile di pneumatici bloccati che slittano disperati sull'asfalto prima del vuoto, quel suono maledetto di quegli stessi pneumatici che si sono portati via la vita di Carlo sul selciato di Piazza Alimonda, lasciandoci ancora oggi così, immobili, feriti, a piangere un dolore che non passerà mai.
«Chiusi in casa per pigrizia o per paura, odiando la sirena che urla ancora... a piangere sui morti di una farsa orrenda e dura» — (Francesco Guccini, Piazza Alimonda)