La maschera svenduta: quando il folklorismo diventa violenza culturale

L’operazione di Lu Fenosu è un inopportuno scempio demologico che tradisce la storia sarda
13 Argiolas 2026
Lu Fenosu

Il prossimo 19 luglio, a Lu Fenosu, la mobilitazione che prevede il coinvolgimento delle maschere sarde contro la speculazione territoriale non è un atto di difesa, ma una lucida operazione di folklorismo. Una pratica che, come chiarito da Alberto Maria Cirese (in "Cultura egemonica e culture subalterne", 1973), non recupera la tradizione, ma la riconfeziona in "oggetti culturali" privi della loro originaria funzione. Siamo di fronte alla radicale scissione tra la cultura popolare, intesa come espressione storica viva, e una sua versione edulcorata, cristallizzata e fabbricata ad arte per perseguire finalità del tutto estranee alla morfologia del rito.

Estirpare i Mamuthones e i Thurpos dai loro cicli invernali e dal loro contesto comunitario significa operare uno svuotamento della realtà. Chi organizza non sta onorando la storia, sta mettendo in scena un "usa e getta" culturale: si prende un simbolo che è nato — per richiamare la lezione di Ernesto De Martino (cfr. "Sud e magia", 1959) — per dare ordine e protezione a una comunità contro la "crisi della presenza", e lo si riduce a un oggetto inerte, buono solo per fare scena. Quando un rito viene strappato dal suo senso profondo per diventare parte di una manifestazione, smette di essere una voce viva e diventa un guscio vuoto, un simulacro che non ha più nulla da dire.

L'operazione di Lu Fenosu è l'atto finale di questa appropriazione indebita: la locandina stessa ne è la prova. Trasformare questi documenti storici viventi — le maschere, con il loro inscindibile nesso tra gesto, mito e comunità — in elementi forzati di una protesta, significa estirpare il rito dal suo significato per ridurlo a mero accessorio coreografico. Questa è una violenza culturale deliberata. Chi organizza sa perfettamente che, legando la maschera a una rivendicazione, non solo rende ostaggio la tradizione stessa, ma la espone a un processo di pubblica ridicolizzazione. Trasformare un linguaggio arcaico e complesso in un apparato decorativo ne frantuma l’autorevolezza svilendo simboli carichi di storia a maschere di cartapesta prive di ogni spessore. Se il rito è un linguaggio, qui lo si sta manipolando per proiettarvi istanze che non gli appartengono, privandolo della sua dignità originaria.

Il tema della protesta non è in discussione, ma la scelta di utilizzare il rito come strumento di mobilitazione si configura come un grave errore metodologico. Questa operazione, lungi dal dare forza alla rivendicazione, la espone al ludibrio, sacrificandola sull'altare di un "identitarismo" di facciata che svilisce proprio ciò che si pretende di tutelare. È una contraddizione insanabile: non si può difendere il territorio svuotando di significato la cultura che lo abita. Usare la maschera come scudo mediatico è il sintomo di una profonda estraneità alla materia demologica che si maneggia; questo rivela la fragilità di una narrazione costruita esclusivamente a tavolino. Di fronte a questo scempio, che tratta il patrimonio demologico sardo come un accessorio scenico, la domanda che deve risuonare, netta e senza mediazioni, è una sola: un utilizzo così grossolano e decontestualizzato è frutto di una totale insensibilità verso la materia demologica, o è la scelta di anteporre intenzionalmente la visibilità mediatica alla dignità stessa della nostra storia?

 

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