Il ritorno del mostro fossile: la Sardegna sotto la minaccia di una nuova "anaconda d'acciaio"

Italia Nostra schiera la sezione di Sassari contro il piano di metanizzazione dell'isola. Un progetto vecchio che ricalca i grandi inganni del passato, dal Galsi alle servitù energetiche imposte dall'alto
9 Giugno 2026
 piano di metanizzazione

Lo spettro di un nuovo assalto fossile si aggira per la Sardegna, riproponendo lo stesso identico copione che già in passato minacciava di sventrare l'isola. Italia Nostra Sardegna, con il braccio operativo della sua sezione di Sassari, ha depositato in questi giorni le osservazioni formali contro il mastodontico progetto di metanizzazione dell'isola. La discesa in campo specifica della sezione sassarese non è un dettaglio burocratico: il nord della Sardegna, insieme al Centro-Sud, è il bersaglio designato di questa nuova mappa del gas, la prima linea dove dovrebbero attraccare i rigassificatori e sorgere i mega depositi di gas naturale liquefatto. L'azione legale e politica colpisce duramente la procedura di esproprio avviata dalla Regione e la consultazione pubblica indetta da ARERA per la rete di metanodotti. Questo piano d'attacco forzato ricorda da vicino la storica battaglia contro il Galsi, il famigerato gasdotto Algeria-Sardegna-Italia. All'epoca le nostre inchieste giornalistiche ribattezzarono quel progetto l'anaconda d'acciaio, svelandone per primi le profonde criticità strutturali e i devastanti impatti ambientali.

Oggi come allora, il progetto fa acqua da tutte le parti e si basa su una strategia energetica totalmente superata, pensata per legare il territorio a logiche speculative esterne. Il grande inganno della transizione viene smontato dai dati di fatto: il cosiddetto decreto per la fuoriuscita dal carbone, infatti, non toccherà le due centrali termoelettriche esistenti nell'isola. Grazie alle maglie larghe del Decreto Bollette, questi impianti potranno continuare a bruciare carbone per almeno altri 12 anni, protraendo l'inquinamento fino al 2038. Investire miliardi in nuove condotte di gas non risolve quindi il problema delle emissioni, ma finisce per vincolare la Sardegna a una doppia dipendenza fossile, andando in totale controtendenza rispetto alle direttive dell'Unione Europea. A questo si aggiunge una forte vulnerabilità geopolitica e il totale abbandono delle reali necessità industriali di aree sensibili come il Sulcis, che avrebbero invece bisogno di bonifiche urgenti e di una riconversione economica reale.

Sul piano burocratico, le analogie con il vecchio Galsi sono macroscopiche. Italia Nostra contesta infatti la legittimità delle proroghe concesse per la Valutazione di Impatto Ambientale, un atto parcellizzato e mai aggiornato dopo lo spostamento del sito del rigassificatore, che di fatto inficia l'intero procedimento espropriativo ai danni dei proprietari terrieri sardi. Anche sul fronte delle energie rinnovabili, l'associazione denuncia l'assenza di una pianificazione integrata, evidenziando come gli stratosferici incentivi statali stiano alimentando solo una speculazione selvaggia sul paesaggio, senza calcolare i reali fabbisogni delle comunità locali. Le richieste depositate sono chiare e pretendono la sospensione immediata degli espropri e la revisione totale del piano energetico. Sostituire un combustibile fossile con un altro non è transizione, ma la continuazione di un modello coloniale che la Sardegna ha già pagato a caro prezzo nella sua storia recente e contro il quale, oggi come vent'anni fa, la resistenza del territorio resta l'unico argine possibile.

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