Il Poetto non è un resort: riprendiamoci la Sardegna

Dalla Giunta Pigliaru alla Todde passando per Solinas e Zedda: una staffetta istituzionale che svende i beni comuni per favorire la speculazione territoriale
25 Làmpadas 2026
Poetto

Il Poetto non è una merce di scambio, non è lo sfondo scenografico per le speculazioni di chi vuole fare profitto sulla pelle dei cagliaritani. Storicamente è stata la spiaggia popolare della città, un rifugio sicuro, vicino e accessibile per chi non poteva permettersi le mete d'élite. Eppure oggi questo bene comune viene eroso sistematicamente.

La trasformazione dell'ex Ospedale Marino, frutto di un progetto di Ubaldo Badas, in un hotel di lusso, non è un intervento di "riqualificazione", ma la punta dell'iceberg di una svendita che non conosce colore politico. Dalle giunte regionali a quella comunale, va consolidandosi una staffetta che persegue un unico progetto di colonizzazione economica. Analizzando questo processo, dalla sua pagina Facebook, Gianni Fresu, docente di Filosofia Politica all'Università di Cagliari, evidenzia il fatto che il Poetto sia diventato terreno di conquista: tra stabilimenti privati, concessioni corporative — dall'Aeronautica alle forze di polizia — e nuove gestioni in mano a cooperative, e precisa: "l'avanzata della privatizzazione sta rendendo la spiaggia un luogo di servizi esclusivi, di fatto inaccessibili alla stragrande maggioranza dei cittadini".

È la stessa logica di marginalizzazione che ha già devastato il centro urbano. "Non si tratta di episodi slegati, ma di una strategia unitaria": il progressivo smantellamento delle attività storiche in favore di B&B e alberghi non è stato che l'antipasto dell'espulsione delle famiglie dai loro quartieri. Così, dopo essere stati allontanati dal cuore della città, i cagliaritani subiscono oggi l'esclusione definitiva dalla loro spiaggia di sempre.

La gentrificazione non si ferma alle porte della città, ma si estende al mare, trasformando ogni metro quadrato di un bene comune in un bene di consumo. Il ritornello secondo cui la gestione privata del territorio sarebbe l'unico modello in grado di garantire investimenti e decoro serve solo ed esclusivamente a legittimare una politica che ha rinunciato a governare la cosa pubblica per mettersi al servizio esclusivo della rendita.

Di fronte a questo scenario, la domanda che dobbiamo porci non riguarda solo il che cosa stia accadendo. In un momento in cui il territorio sardo subisce un duro attacco, i nostri interrogativi devono essere scomodi e relativi al diritto di decidere sul futuro della terra che abitiamo. Chi rinuncia a questo diritto, si sa, è condannato a restare spettatore passivo di una colonizzazione che continua a espellere i suoi figli. Ma allora che cosa è necessario fare? La risposta è nella riflessione del professor Fresu: "è necessario porre un freno immediato a nuove concessioni". È un atto doveroso per sottrarre la costa al profitto privato, restituire il mare al popolo e imporre un modello di sviluppo radicato nei bisogni della Sardegna, e non dettato da logiche esterne (ndr).

Foto: Ryan Hodnett, licenza CC BY-SA 4.0

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